La presentazione della raccolta di Cunti e filastrocche della cultura popolare del Carinolese
Domenica 22 dicembre nella
splendida cornice del restaurato Palazzo Novelli in Carinola è stato presentato
il libro ‘Ce steva na vota’ , una raccolta di cunti e di filastrocche popolari
curata da Concetta Di Lorenzo, Silvestro Rotunno, Lucio Di Lorenzo, Attilio
Troianiello. Il libro è stato patrocinato dall’Amministrazione Comunale e
presentato al pubblico con competenza e attenzione dal Sindaco Pasquale Di
Biasio e dall’assessore alla cultura Paola Di Cosola. Il testo è frutto di un
paziente ed accurato lavoro di ricerca ‘sul campo’. I cunti, finora
tramandati oralmente, sono stati raccolti dalla viva voce di anziani narratori e
trascritti anche in italiano. Il risultato che ne è conseguito è senz’altro
notevole ed assai importante dal punto di vista storico e culturale. Tanti
importantissimi documenti della nostra cultura popolare rischiavano, senza
questo encomiabile intervento, di andare perduti per sempre, tanti ricordi della
vita di un tempo neanche tanto lontano rischiavano di spegnersi
definitivamente. Come affermano i curatori ‘il nostro scopo non è perciò
tanto la ricerca dell'originalità, quanto l'esigenza di fermare sulla carta un
nostro specifico patrimonio culturale che rischia di scomparire, se lasciato
solo alla trasmissione orale, che comunque tende anch'essa a scomparire
diluendosi sempre più nel tempo.’
Il pubblico che ha partecipato alla presentazione ha avuto il piacere di ascoltare alcuni dei cunti, letti con maestria da componenti della compagnia teatrale ‘a scarpasciota’ di Casanova; per alcuni è stato come riandare indietro nel tempo con la memoria, per altri, i più giovani, è stata una piacevole e inaspettata scoperta.
Questo importante lavoro, per fortuna, non è il fiore solitario spuntato nel deserto, ma continua degnamente un filone di ricerca già avviato da qualche tempo, e che risponde ad una comune sentita esigenza, quella di recuperare quell’ importante patrimonio storico e culturale tipico della nostra cultura popolare. Questa motivazione collega, attraversa, come un filo rosso, diverse opere e ricerche prodotte negli ultimi anni da molti intellettuali del nostro Comune.
Nelle opere di Nicola Napolitano e in particolare nella ricerca sui proverbi e modi di dire di Casale (1993), si avverte nitidamente l’esigenza, la voglia, di riportare la nostra attenzione su quel periodo storico abbastanza vicino cronologicamente, ma ormai lontanissimo dai nostri attuali modi di vita, non certamente per un anacronistico nostalgismo, perché naturalmente ‘indietro non si torna’ e non si deve tornare, ma perché è il substrato culturale e sociale da cui tutti noi proveniamo, è la vita povera, semplice, onesta, sacrificata dei nostri padri, dei nostri nonni.
Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 già aveva preso vita un analogo tentativo di ricerca e recupero di documenti, testimonianze e tradizioni popolari. Il Centro di Cultura Popolare, che vedeva tra gli ispiratori quella straordinaria figura di Walter Spaziano, intraprese tra le sue attività una ricerca di proverbi e di canti popolari, realizzò varie mostre di antiche foto. Il materiale che raccogliemmo fu interessante, i frutti di tale lavoro furono credo apprezzabili, ma purtroppo poco noti, visto che per mancanza di mezzi e di finanziamenti, si stampavano soltanto degli economici e rudimentali ciclostilati. Purtroppo allora le Amministrazioni comunali non avevano alcuna sensibilità verso le problematiche del recupero e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale; oggi fortunatamente le cose stanno cambiando, e questo credo debba essere senz’altro riconosciuto come un grande merito dell’attuale Amministrazione.
Ma, per tornare alle opere più importanti, altri lavori letterari (vedi ad esempio :Ida Maina – del mio tempo migliore) hanno come uno degli elementi caratterizzanti la ricerca, il recupero, l’analisi di quei tempi, di quei modi di vita. Anche in diverse opere di Michele Lepore ( vedi in particolare I rumori del tempo) si legge allo stesso modo lo sforzo di ricordare, di dare dignità storica agli avvenimenti, alle persone, alle cose di quei tempi passati e ai successivi momenti di fermento culturale, sociale, economico che preparavano il campo ad una nuova economia e ad una diversa società.
L’epoca dei cunti e delle filastrocche è ormai definitivamente passata e certo non è auspicabile che ritorni, perché in fin dei conti era l’epoca di una società contadina e patriarcale certamente onesta, laboriosa, dignitosa, ma purtroppo povera, chiusa in se stessa, una società dove i bambini morivano di malattia, dove il pane e il lavoro spesso erano scarsi e legati alle incertezze dell’agricoltura e dei raccolti, dove l’istruzione era un privilegio di pochi, dove erano codificati le ingiustizie, lo sfruttamento dei molti da parte dei pochi.
Ma quei tempi sono la storia, sono la storia nostra e dei nostri avi, quei cunti e quelle filastrocche fanno parte del nostro patrimonio culturale e genetico, e la lettura del libro riporta un po’ la nostra mente ad antichi odori, sapori, immagini, suoni: la fiamma scoppiettante del focolare, il forno, il pane caldo, il pignato di fagioli che cuoce lentamente accanto al fuoco, la nonna circondata da una nidiata di nipotini che la ascoltano con religiosa attenzione.
Antonio Cerbarano
Compagnia Teatrale "A Scarpasciota "- Casanova
con il patrocinio del Comune di Carinola
“ Ce steva 'na vota..."
Raccolta di Cunti
e Filastrocche
della cultura popolare del Carinolese
a cura di:
-Concetta Di
Lorenzo
-Silvestro Rotunno
-Lucio Di
Lorenzo
-Attilio Troianiello
Ce steva ..na vota nu viecciu
e ..na veccia, ..
iunu vennenne cupierci e cuperce
arriveunu ncoppa a nu ponte...
statti zittu ca mò te ru
contu »
I Cunti, un viaggio a ritroso nel
tempo. Tra realtà ed immaginazione, fantasia e dolore, gioia
ed irriverente sfrontatezza nei confronti dei piccoli e grandi drammi
quotidiani dell'esistenza umana.
Le pagine che seguono racchiudono tutto ciò e raccolgono in
un unico testo,curato nei dettagli, la storia e la
cultura di un popolo, quello carinolese,
inquadrandone i caratteri salienti e le modalità di affrontare la vita senza
mai tediare il lettore appassionandolo, invece, sempre più alla lettura.
Storie di vita vissuta o di pura
fantasia, che affascineranno ed incanteranno ancora come da sempre hanno affascinato
ed incantato grandi e piccini, fornendo anche spunti notevoli di riflessioni. Storie che, in veste di racconti, filastrocche,giochi di parole, tramandati di padre in figlio, fanno
parte, da sempre, della cultura carinolese.
Per far sì che tali storie non vengano
avvolte dall'oblio, divenendo solo evanescenti e dolci ricordi dell'infanzia, destinati
a scomparire con il passare inesorabile del tempo, l’Amministrazione di
Carinola ha deciso con gioia di patrocinarne la stampa e la pubblicazione,
curata con grande passione ed acume dai componenti della Compagnia Teatrale
"A Scarpasciota".
A loro va lo speciale ringraziamento di questa
Amministrazione Comunale per il lavoro svolto al fine di salvaguardare
la cultura popolare carinolese.
IL SINDACO
PASQUALE DI BIASIO
L'ASSESSORE ALLA CULTURA
PAOLA DI COSOLA
Il lavoro proposto in questo volume non è sicuramente il
primo, ne l'unico, ne l'ultimo nel suo genere. Uno per
tutti, basti ricordare il famoso "Lo Cunto de li Cunti" di G. B.
Basile,edito nel 1634-1636.
Il nostro scopo non è perciò tanto la ricerca
dell'originalità, quanto l'esigenza di fermare sulla carta un nostro specifico
patrimonio culturale che rischia di scomparire, se lasciato solo alla trasmissione
orale, che comunque tende anch'essa a scomparire
diluendosi sempre più nel tempo.
In una società che si avvia, a torto o a ragione, verso la
cosiddetta "globalizzazione", pensiamo che
sia comunque necessario tener conto di certe
specificità che sono, a ben vedere, l'espressione di un patrimonio culturale
ben definito e di radici ben identificabili, anche se circoscritte a piccole
realtà sociali.
Perché "Ce steva
'na vota... "? Semplicemente perché tutti i Cunti iniziavano con questa 'formula magica" che aveva
il potere di introdurre l'ascoltatore in un'atmosfera irreale e fantastica, fuori dal tempo e dallo spazio, anche se il narratore tende
spesso ad ambientare il racconto in luoghi noti, quasi a voler poi mantenere un
qualche effimero legame con la realtà.
A noi piacerebbe che "Ce steva 'na vota... " fosse
ancora capace di creare quella stessa atmosfera.
I Cunti che leggerete sono stati
raccolti, in tre anni di ricerca, dalla viva voce di narratori del nostro
Comune, i quali li hanno conservati nella loro memoria e ce ne hanno fatto dono
nello stesso modo in cui li abbiamo trascritti.
Molti di Voi forse conoscono già alcuni di questi Cunti, pur se in versioni e con titoli diversi. Anche noi,
durante il nostro lavoro di raccolta, di qualche Cunto,
abbiamo ascoltato due, tre,addirittura quattro
versioni; questo non ne sminuisce il valore, mette però in evidenza la
manipolazione che nel corso del tempo hanno subito queste storie, dovuta
soprattutto alla trasmissione esclusivamente orale da una generazione
all'altra.
Pur rimanendo fedele ad una trama principale, il Cunto può essere allungato, accorciato,arricchito,
trasformato dal narratore che diventa così attore ed estemporaneo autore della
storia che racconta, per divertire chi ascolta. Alcuni narratori, infatti, ci
hanno dilettato con la loro mimica esilarante, altri con la capacità di
modulare la propria voce, per dare maggiore efficacia al racconto stesso.
Spesso siamo stati gratificati di brevi ed estemporanee rappresentazioni, messe
in atto per noi e per il nostro divertimento, e il Cunto
è nato, infatti, soprattutto come intrattenimento, .
Lo era certamente nei secoli passati, nelle corti reali o in
quelle più piccole di signorotti locali. Ha assunto poi, in tempi più vicini a
noi, il ruolo più specifico di intrattenimento dei bambini
durante le lunghe sere invernali accanto al focolare, prima che la televisione
venisse ad interrompere questa magica comunicazione tra diverse generazioni e
questo atavico modo di trasmissione della cultura popolare.
L 'origine del Cunto
si perde nella notte dei tempi ma sicuramente il merito della sua diffusione va
ai Cantastorie, tradizionali figure di intrattenitori ambulanti che si
spostavano di città in città, di piazza in piazza, raccontando una favola,
spesso originata da un fatto reale, con l'aiuto del canto e, sovente, di
cartelloni su cui venivano raffigurate le scene più salienti del racconto.
I Cantastorie vivevano delle offerte degli spettatori e,
talvolta, della vendita di foglietti su cui era scritta la storia stessa.
Questo tipo di comunicazione orale affonda le sue radici nella più lontana
tradizione europea e costituì per secoli il maggior veicolo di diffusione di opere quali i poemi cavallereschi e i romances
spagnoli.
I Cantastorie sono comuni a molte culture; mentre in Italia
sono del tutto scomparsi,oggi sopravvivono in altre
culture i cui contenuti ancora si trasmettono in buona parte oralmente. La
cultura araba per secoli ha affidato la diffusione delle Novelle delle Mille e
una Notte ai Cantastorie, ed in quella indiana essi
ancora diffondono le storie del Ramayana e del Mahabharata.
Sicuramente molti elementi, provenienti dalle diverse culture
con cui siamo stati in contatto per ragioni storiche, sono entrati a far parte
della nostra cultura popolare e sono presenti in questi Cunti,
anche se non ne abbiamo l'assoluta certezza. Lo
possiamo solo dedurre da determinate parole e situazioni in essi
presenti. La favolistica araba, per esempio, piena di orchi,
di maghi ed altri personaggi fantastici, ha influenzato certamente la nostra
produzione popolare, così come anche quella spagnola poiché ritroviamo molte
parole di origine spagnola tuttora presenti nel nostro dialetto.
I Cunti però sono storie sospese
nel tempo e nello spazio, in cui si può intravedere anche un forte sentimento
di riscatto popolare da una difficile situazione sociale. I Principi che
sposano povere ragazze sono tanti, come in 'A Bella Puerella e in Poveraebellafatta,
un po' meno i poveri ragazzi che sposano Principesse, come in 'E durici figlie 'e ru Re’, ma tutti rappresentano il desiderio popolare di
cambiare la propria condizione sociale e di evadere in una realtà diversa, a
lungo agognata, almeno per la breve durata del Cunto.
Il Cunto si arricchisce così anche
di forti componenti autobiografiche, socio logiche ed
etiche. Diventa materia organica che si plasma secondo l'inclinazione del
narratore che ne fa spesso strumento per colpire o sbeffeggiare determinate
persone o determinate classi sociali.
Curiosa e paradossale è poi la relazione tra Bene e Male che
riscontriamo in alcune storie e che va al di là della nostra
normale concezione etica al riguardo. In nessun modo, infatti, potremmo
concepire, nella vita reale,- una madre che si lascia
convincere ad uccidere il proprio figlio come in Francischiegliu,
oppure che un marito possa uccidere impunemente due mogli e sposarne una terza,
sorella delle prime due, come se ciò fosse la cosa più normale di questo mondo,
perfino per la terza moglie, come avviene nel Re Puorcu.
Non esiste nel Cunto un netto
confine tra Bene e Male, ma tutto diventa possibile pur di raggiungere lo scopo
desiderato. Ecco quindi che si acuiscono quelle peculiarità
del carattere umano quali la scaltrezza, la furbizia. Due amici non
hanno remore a frodarne un terzo pur di prendergli ciò che gli appartiene, come
in Cric, Croc e Manicu d'Ancino. Allo stesso modo la stupidità, invece di portare
alla rovina, può rivelarsi addirittura come una dote e può essere ben ricompensata
dal destino, come in -Giuanni ru
fesse a cavagliu a ru fasciu. L 'universo
etico viene stravolto nei Cunti: ciò che nella realtà
è Male può diventare Bene nel Cunto e viceversa.
Per quale motivo questo avvenga è
difficile stabilirlo, forse solo per la necessità di giustificare la
realizzazione a tutti i costi di impossibili desideri umani. Approfondire ciò
non ci riguarda più di tanto; a noi interessa, più che altro, che questi
personaggi del nostro immaginario popolare rimangano vivi per sempre, per noi e
per le generazioni future.
Attilio Troianiello
RINGRAZIAMENTI
Il nostro grazie va a tutti coloro
che hanno collaborato alla realizzazione di questo lavoro:
-Al Sindaco, Pasquale Di Biasio, all'Assessore alla cultura
Paola Di Cosola, che fin dall'inizio hanno creduto in questo progetto, e all'Amministrazione
tutta del Comune di Carinola per il patrocinio dell'opera.
-Ai narratori e alle narratrici delle singole frazioni del
Comune.
-Agli amici che ci hanno messo in contatto con alcuni
narratori e narratrici.
-Ai bambini delle classi quarta e
quinta elementare del 1999 dell'Istituto Cuore Immacolato di Maria che ci hanno fornito dei Cunti
raccontati dai loro nonni.
-Alle famiglie ed agli amici che ci hanno procurato
materiale fotografico e di altro genere.
-A Fiorella, Mario, Bernardo,
Gaetano e Agostino, gli amici che nelle afose serate dell'estate 2001 ci hanno
tenuto compagnia e ci hanno aiutato al computer. Con loro il lavoro è stato più leggero e divertente.
-A Lucio Di Lorenzo, insostituibile esperto del computer.
-Alla Sig.ra Maria Ida Calcaterra Sangermano ed ai figli, per averci concesso di chiudere
questo volume con i versi dell'indimenticato Rolando.
Un ringraziamento particolare al prof. Luigi Cristofalo,
autore dei disegni di copertina e degli acquerelli originali che sono stati successivamente elaborati graficamente al computer ed inseriti
in questo libro, per la sua disponibilità ed il valore artistico del materiale
fornitoci.
C'è ancora tanto materiale in archivio che, per motivi
tecnici, non è stato possibile inserire in questo libro, ed altro ancora che
può essere raccolto, ordinato ed utilizzato per un eventuale secondo volume.
Chiudiamo perciò con un cortese invito a tutti i
concittadini Carinolesi: chiunque conosca cunti o filastrocche o abbia fotografie d'epoca può
mettersi in contatto con noi. Potremo così continuare l'opera di recupero e di
rivalutazione della nostra bellissima cultura popolare.
Grazie a tutti.
Compagnia
Teatrale “A Scarpasciota "
Casanova di Carinola
Ce
steunu 'na vota tre cumpagni: Cric, Croc e Manicu d'ancinu, che iun' arrubbenne p' 'a casa d' 'a gente e s 'angappaunu
tuttu chellu che puteun' angappà.
'Nda ru
paese nisciunu steva cciù cuetu e quannu,
mettemmu, s 'accireva nu puorcu,
ru padrone steva sempe cu ' ru penzieru
ca chisti tre alluorgi ce ru puteun' arrubbà. Ru cciù sfaccimmu eva Manicu d'ancinu,
ma gli 'auti dui, cu' chigliu mastu, nunn 'èunu cciù
fessi.
Succerette ca Manicu d'ancinu s'avea cresciutu nu begliu purcigliucciu
e r'accirette 'nganna
Natale. Ma ru
penzieru ca Cric e Croc ce ru
puteunu fotte, nu ru facea
rorme, e accussì ricett' a' mugliera:
-Vagliò! mò
m'arraccumannu, statti zitta, nu
'spann' 'a voce, sinnò, si chigli dui fetienti
venn'a sapè ca ci'amm' accisu
'stu puorcu, ce ru venn'arrubbà. -
A mugliera, zitta e mosca, nu 'ricette nient 'a nisciunu. Ma Cric e Croc, nunn 'èunu dui fessi! Annasèunu ru fattu
e se preparèunu pe' s'arrubbà ru puorcu.
Roppu ca 'stu puorcu eva
stat' accisu, 'a sera Manicu d'ancinu e 'a mugliera ru ciurèunu buonu
buonu a ciavi 'nd' 'a rispenza e se ne jeun ' a dorme:
-Annascunni bona 'a ciavi
-ricette Manicu d'ancinu a' mugliera -mittila addò nisciunu 'a po' truà. -
Ma, menteManicu
d'ancinu e 'a mugliera steun'a 'nzerrà ru puorcu 'nd'
'a rispenza,Cric steva già annascusu sott'a ru liettu e Croc steva
'mpustatu for' 'a casa. Manicu d'ancinu e 'a mugliera s'addurmeunu, e Cric, pe' sapè addò
steva 'a ciavi d' 'a rispenza,ascette
da sott'a ru liettu e se mettett 'a parlà sore sore 'nd'
aureccia d' 'a femmena:
.Vagliò! Hai 'nnascosa bona 'a ciavi? .
E
chella, rurmenne rurmenne:
.Sine! 'aggiu
messa 'nda ru puzzu. -
Cric subbitu jett 'a ciamà a Croc!
Piglieun' 'a ciavi, se futtèunu ru puorcu e, atteri futti,'nda ru
scuru, pe' ru Turiegliul 'ncoppa. Manicu d'ancinu, puru
'nda ru suonnu,
tenea sempe ru penzieru: una bbotta se scetette e ricett' a mugliera:
-Vagliò! Chella ciavi add'hai messa? -
-E t' 'aggiu
rittu! 'Nda
ru puzzu! -
Manicu d'ancinu se mangett' 'a foglia e, atteru futti puru issu,
scappette fore prima c' 'a mugliera feniv' 'e parlà.
Mente se steun' a carrià ru puorcu,
p' 'a via, Cric ricea a Croc:
- Te pesa? Otteru
'ncopp' 'e spalle mie, mò ru portu
nu pocu i. -
Roppu nu pocu
Croc ricea a Cric:
- Te pesa? Otteru
'ncopp' 'e spalle mie, mò ru portu
ì. -
E nu pocu unu e nu
pocu gli 'autu, se carriaunu 'stu puorcu.
Manicu d'ancinu, zittu
zittu, r'arrivette e, 'nda ru
scuru, ricett'a Cric:
-Te pesa? Otteru 'ncopp' 'e spalle mie, mò ru portu 'n 'atu
pocu ì. -
'Nce se verea manc' a jastemà
e Cric ri passette ru puorcu.
Manicu d'ancinu se
'utett' arretu e, atteru futti pe
' ru Turiegliu abbasciu, se purtette ru puorcu 'a casa. Roppu nu
pocu Croc ricette a Cric:
-Te pesa? Fammigliu purtà 'n 'atu
pocu a me. -
-E te r'aggiu ratu!!! -ricette Cric.
Se 'uardeunu tutti dui, verèunu ca
ru puorcu 'nce steva cciù
e rimanèunu comm 'a dui turzi.
Manicu d'ancinu r'avea fatti fessi a tutti dui.
Ma ri discebbuli
puteunu mai fa fess'
a ru mastu?!
Maria eva 'na
bella femmena ròssa, perciò
tutti 'a ciamaunu "Pretamone” . Eva tantu 'na bona
femmena, ma eva nu poc 'abbunata. Nu crestianu
s' 'a vulea spusà, ma tutti ri paesani ri riceunu:
- 'Tu
te vuò spusà Maria "Pretamone "? Chella te fa risperà!
-
- Nun fa niente, ce penzu i a 'dderizzarela!
- riceva issu. Accussì s' 'a spusette.
Nu
juornu Maria addimmannett' a ru maritu:
- Uagliò, che vuò
truà 'a mangià quannu turni da faticà? -
- Mah! Famme dui
ciceri - rispunnette issu e se ne jett
'a faticà.
Maria, allora, mettette justu dui ciceri,
unu e dui, 'nda ru
pignatu e ri mettett 'a coce vicin'a ru fuocu.
Pe' tutt'
'a jurnata, 'sti dui ciceri stèunu
a sciacquettià rent 'a
tutta chell' acqua. Quann' 'a sera s'arretirette ru maritu, Maria
ce ri sbachette 'nda ru piattu
pe' ce ri fa mangià.
- Pe' ru pataturcu! Justu dui! Un 'e dui!
Tu me fai scialà! - ricette issu.
- Che bbuò - rispunnette
essa - tu accussì m 'hai rittu, i accussì aggiu fattu -
A' ru maritu ri venette
ru 'ulìu 'e ri fa nu mazziatone,
ma nun vulea ca essa iva ricenne
che ci'abbuscava da ru maritu. Tenea 'na pell' 'e pecura appesa 'mpiett' a ru muru
e allora ricette
- Ma chella 'a colpa nunn 'è 'a toa,
è de chella pecura fetente.
Mò ri facciu
nu sardiatone, accussì nun te
fa sbaglià cciù- . Pigliette 'sta pell' 'e pecura, 'a mettette
'ncopp' 'e spalle 'e Maria,
e... vienitenne cà so' cipolle! Mazzate 'e morte 'ncopp , 'a pelle 'e pecura! Po'
ricette:
- Rimani me n'ha fa dui caurari, 'e ciceri!
-
'A povera Maria, ru juorn 'appriessu, atturnette tutti ri ciceri che tenea
e ne mettett 'a coce dui caurari. Quann' 'a sera turnette ru maritu, truette
'na casa cen' 'e ciceri cuotti, ca ce puteà mangià
nu reggimentu.
- Ma c 'hai cumbinatu?!
- r 'addimmannette.
- Tu accussì m 'hai
rittu, i accussì aggiu fattu - rispunnette
Maria, locca locca.
Ru
maritu pigliette 'n 'ata vot'
'a pell' 'e pecura, ci' 'a mettette 'ncuogliu e ri facette
'n 'atu sardiatone.
Maria eva cunvinta
ca ci 'abbuscav ' 'a pecura, no essa. Comme si niente fosse addimmannett' a ru maritu:
- E rimani che autu
t'aggia fa a mangià? -
- Sai che? Famme 'na pettula strascinata, accussì 'a 'mmiscammu cu' ri ciceri e ci'
'a mangiammo - ricette ru maritu.
Ru
juorn 'appriessu
Maria facett' 'a pettula, ma nun sapea propriu comm
'avea fa p' 'a fa
strascinata. Accussì 'a mettette
pe' terra
e 'a strascinava, 'na vota da cca
e 'na vota da llà, pe' tutt' 'a casa. Quann' 'a sera turnette
ru maritu, truette 'na pettula
ch' eva nera comm 'a ri crauni e 'nze
putea mancu 'uardà tant 'eva
zozza!
- Ma se po' sapè c'hai cumbinatu? - r'addimmannette ru poveru crestianu.
- Uagliò, ma tu accussì hai rittu e i accussì aggiu
fattu. 'Aggiu strascinata 'nnanzi e arretu pe' tutt' 'a casa, e mancu si cuntientu? - ricett' essa.
E
puru chella sera Maria ci' abbuschette
nu begliu mazziatone!
- 'Uai a
te si rimani nu' me fai truà
'na pettula pulita e sestimata! - ricette ru maritu - mittett' a gnuru, abbasta che m' 'a fai pulita! -
E Maria, ru
iuorn' appriessu, p'accuntentà ru maritu, se spugliett'
a gnuru e se mettett' a fa
'a pettula. Facette addaveru dui belle pettulelle pulite e sestimate,
ma, ment' e steva a stenne 'ncopp' a taula, sentette ri carnevali che passaunu p' 'a via e ri
venette ru 'uliu de ì a verè. Allora pigliett' e pettule, se ne mettette una 'nnanzi e 'n at' arretu, e ascette
fore. Ri cani senteun' addore, ri
rèunu 'ncuogliu e straccèunu tutt' e pettule. E Maria c'abbuschette 'n 'ata vota da ru maritu che steva 'ncazzatu comm' a nu capucifru, pecchè
eunu iuorni ca nun mangiava.
- Manneggi' 'a
miseria! - ricette - Si rimani nu' fai 'e cose comm' 'a fa, veremmu!
Mittite cu nu pere 'ncielu e 'n 'atu
'nterra, sinnò t'accir' 'e mazzate! -
'A povera Maria cerchett' e
fa comme megliu putea e, roppu c'avea fattu tuttu,
se mettette cu' nu pere 'nterra e 'n 'atu all'aria e aspettette ru maritu. Quann' issu turnette 'a truette a 'llerta, tutt'accrucchita, cu' nu pere 'nterra e 'n 'atu alI'aria.
- Maronna mia! Ma
che stai a fa?! - ricette ru pueriegliu.
- Tu m'hai rittu
c'avea sta cu nu pere 'ncielu e 'n'atu nterra e accussì aggiu fattu. Eccume
ccà, è megliu ca t'accuntienti pecchè megli' e chestu nu' me
pozzu mette. -
Ru
pueriegliu, oramai rassegnatu, 'a lassette perde e se ne iette.
Chestu, pe' ve rice ca chi nasce tunnu nun pò
murì quadru.