NICOLA
NAPOLITANO
CASALE
Memorie del tempo che fu
Capivo, contadino-agricoltore, capivo la tua
speranza di evadere, o, almeno, di fare evadere i figli. Ti pesava non tanto la
fatica, quasi sempre mal retribuita, quanto ti pesava e ti umiliava e ti
opprimeva il disprezzo delle persone che non lavoravano la terra, che non si
dovevano sporcare con la terra. Dovunque andavi, comunque ti muovevi, ti
sentivi addosso il disprezzo ostentato da chi non si doveva sporcare con la
terra.
I più poveri le studiavano tutte e si
sacrificavano, pur di fare arruolare i figli nei carabinieri, nelle guardie di
finanze, nelle guardie regie, che poi furono soppresse dal fascismo.
Soffrivo molto quel disprezzo e anch'io
accettai di evadere (l'iniziativa fu presa da mia madre e dalle mie sorelle).
Ma dopo tanti anni consumati sui libri e sulle scartoffie, tornai alla terra,
tornai alla terra come ad una madre affettuosa, la quale era rimasta ad
attendermi alla curva di un approdo. Tornai ad accarezzare con una più convinta
riconoscenza le tenere foglie delle viti, il verde dei prati, le bionde spighe
del grano.
***
Avevamo Maiorisi, Solviano, Arauto, Le Bane,
Madonna delle Grazie, La Pezza, La Cesa. I terreni, quasi tutti di piccola
estensione, erano in parte vigneti, in parte seminativi. Avevamo anche oliveti,
a La Pezza, a La Cesa, a Madonna delle Grazie; un filare di olivi, lungo la
strada, stava a Maiorisi, una cicirella stava a Solviano e un'altra cicirella
stava a Le Bane. Le olive di queste ultime piante, dette cicirelle
perché piccole e rotonde come i ceci, erano dolci e si mettevano al forno
caldo, dopo avere sfornato il pane; si mangiavano con un po' di sale e un
filetto d'olio, oppure si mettevano all'acqua e si conservavano per molti mesi.
All'acqua si mettevano anche gli olivastri di Maiorisi, che nostra madre
coglieva a mano, ma bisognava aspettare per lo meno due mesi, prima che diventassero
meno amari.
Il vino era il nostro prodotto principale. Un
anno ne producemmo 450 barili: il barile locale, molto adoperato per il vino,
era una misura di capacità di 44 litri, di legno, a forma di botticella
allungata con piccole doghe, tenute da quattro cerchi. Oltre al vino,
producevamo olio, grano, granoturco, biada, fave, lupini, fagioli, patate,
frutta: pere, mele, pesche, albicocche, susine, fichi, arance, nespole,
corbezzoli e tante verdure diverse.
Avevamo una capra per il latte, una pecora per
la lana, un'asina come mezzo di trasporto, cinque maiali. Si compravano piccoli
maialetti al mercato a Sessa o alla fiera di San Rocco il sedici agosto a
Francolise e poi, già grandi, si mettevano all'ingrasso. Tre si vendevano e due
si macellavano in casa. Veniva a scannarli zio Eugenio. Erano spellati con
l'acqua bollente e si appendevano sotto la tettoia; zio Eugenio li spaccava,
estraeva le interiora e Gaetano Corea si caricava sulla spalla una metà del
suino per volta e la scaricava su un letto di fronzuti ramoscelli di lauro,
appositamente preparato nella dispensa. Mia madre, intanto, aveva preparato
un'abbondante colazione con patate bollite, formaggio e salsiccia. Si mangiava
allegramente intorno alla tavola in cucina mentre un gran fuoco riscaldava
l'ambiente. Mi rimaneva davanti agli occhi l'immagine delle due teste dei
maiali, che mi facevano tanta impressione.
Il giorno dopo, zio Eugenio veniva a
sfasciare. Con coltelli affilatissimi, riduceva in mille pezzi le quattro parti
dei due maiali: lardo, prosciutto, pancetta, ucculari, capocolli, lonze,
arrosti piccoli e grandi da distribuire ai parenti, e fegatelli, sugna, ossi da
bollire nella minestra, e magri da tagliuzzare in frìgoli per la salsiccia. A
sera, lo zio metteva in un'apposita madia parecchi chili di sale e vi salava
lardo, prosciutti e tutto il resto che andava salato. Vi aggiungeva il
peperoncino pestato e i vari pezzi venivano lasciati nella madia, sotto sale,
per alcuni giorni. Poi si appendevano alle pertiche in cucina.
Da ragazzo, era mio compito guidare al
pascolo i maialetti nei campi di trifoglio. Quando cadevano le prime mele,
dovevo andare a raccoglierle sotto le piante per darle ai maiali già grandi.
Poi era la volta dei fichi. A Maiorisi specialmente ce n'erano tanti. Chiamavamo
un ragazzo o una ragazza a giornata, per coglierli. Naturalmente, insieme
coglievamo anche io e una mia sorella. Avevo intessuto un grande canestro con
vinchi d'olmo a misura del baroccio. Lo riempivamo di fichi, disposti a strati
con le foglie, per non farli acciaccare, e a casa lo svuotavamo in un
grandissimo fornigliu, largo circa un metro e mezzo, con un bordo di
cinque centimetri. Lo avevo intessuto appositamente. Si facevano
contemporaneamente tre scelte. I fichi più maturi e più belli si destinavano al
forno, per farne fichi secchi; i fichi meno maturi e un po' duretti si
conservavano per un paio di giorni, prima di darli ai maiali; gli altri si
davano subito ai maiali.
A Solviano, poco lontano dal pozzo di sotto,
c'erano due piante di fichi troiani. Erano le piante di fichi più alte della
zona; le altre, a confronto, erano nane. Erano cresciute come se fosse stata
una pianta sola, che si diramava dal suolo, un tronco inclinato a sud, l'altro
a nord. Una mattina mi arrampicai su una pianta, con paniere e uncino per
tirare le frasche, e cominciai a cogliere. Riempii il paniere e lo stavo
spostando mentre mi accingevo a scendere. Il manico del paniere mi scivolò e il
paniere si abbatté a terra con un tonfo; qualche secondo e mi trovai anch'io
nel vuoto. Mentre cadevo, pensai come mi sarei schiacciato al suolo.
Mia madre stava tirando l'acqua dal pozzo.
Sentì il tonfo del paniere e quello mio. Corse col cuore in gola, col timore di
trovarmi quasi morto. Quando mi fu vicina, mi stavo alzando. Nessun graffio,
nessuna ammaccatura, nessun dolore, soltanto un grande spavento. Guardammo il
paniere: i fichi troiani maturi si erano ridotti in poltiglia, che era uscita
dagli interstizi dei vinchi. Non salii mai più su quella pianta. Per quel
giorno, non ebbi neppure il coraggio di salire su altre piante più basse e più
comode. Quando finivano i fichi, si davano ai maiali patate bollite e
schiacciate in un beverone di farina di granturco. Poi cadevano le ghiande e si
alternavano ghiande, patate e granturco.
Ad Arauto, a Solviano e a Le Bane avevamo
querce da frutto. Un giorno, fui spedito a Solviano a raccogliere le ghiande
sotto la quercia grande che stava poco lontano dall'aia. Ne avevo raccolte
appena un mezzo paniere e mi misi a giocherellare. Dopo qualche ora, arrivò
sull'asina mia sorella Palma. Prima di scendere, guardò il paniere semivuoto e
mi fece una ramanzina.
Ricordo che nostra madre si alzava molto
presto, prima dell'alba. Accendeva il fuoco nella fornace nel cortile e metteva
a cuocere una caldaia di patate. Quando erano ben cotte, le schiacciava, ancora
calde, preparava il beverone, lo versava nei tre truogoli e faceva uscire i
maiali dalla stalla. Essi correvano a rimpinzarsi di quel cibo, ignorandone
certamente lo scopo.
Un inciso: un giorno tornavo in treno da
Roma. Davanti a me, erano sedute due signore, una taciturna, un'altra parlava,
parlava, sproloquiava, con un entusiasmo invidioso e acido. Era stata a
comprare qualcosa in una masseria in campagna ed era rimasta sorpresa e
scandalizzata da tutto il benessere di cui disponevano i contadini. Essi
avevano sacchi di farina, diceva, avevano polli e cestini pieni di uova,
avevano mucchi di patate, avevano grossi pezzi di lardo e prosciutti interi
appesi alle pertiche nella dispensa, e vasi di salsiccia conservata nella
sugna, avevano gli ziri colmi d'olio. Parlava, la signora, con una
invidia mal repressa, come se tutto quel ben di Dio fosse piovuto proprio dal
cielo, senza ombra di fatica. Da come sproloquiava, era evidente che ignorava
completamente quanta fatica, quanti sacrifici era costata quella roba.
Io pensavo alle tante mattine in cui mia
madre si era alzata di notte, col freddo, per preparare il beverone ai maiali,
pensavo alle mie sorelle e alle ragazze che venivano a giornata a raccogliere
le ghiande, a raccogliere le olive sul terreno quasi ghiacciato; pensavo alle
nottate che avevo passate nel frantoio a macinare le olive, in quell'aria
fumosa e stagnante, che metteva una sonnolenza quasi invincibile: mi davo
pizzicotti sulle cosce per non cedere al sonno.
***
Era piacevole, la sera, specialmente nel
freddo e lungo inverno, tornare a casa, dopo la giornata di lavoro in campagna,
e sedersi accanto al fuoco, nella vecchia cucina affumicata. Nostra madre
stendeva la tovaglia sulla tavola e scodellava nei piatti una minestra di pasta
e fagioli bianchi con sugo di salsiccia e un pizzico di peperoncino; oppure
cucinava fagioli e broccoletti di cavoli neri, che coltivavamo nell'orto vicino
la cucina: era un piatto davvero saporito. Altre sere ci faceva trovare fagioli
e rape, fagioli e zucca zuccherina, fagioli e cicoria, fagioli e borranee.
Producevamo quintali di fagioli bianchi nei vigneti. Avevamo anche i borlotti,
ma pochi; avevamo anche i cannellini, ma pochi.
Nostra madre diceva spesso: "Figli miei,
non lamentatevi. Voi avete pane, vino, uogliu. Dovete lavorare,
certamente, dovete lavorare; ma lavorate sulla terra vostra, senza dover dar
conto a nessuno. È diverso lavorare alla giornata, sotto lo sguardo del
padrone, il quale scruta e misura quello che fai e quanto rendi". Da
giovane, prima di sposare nostro padre, nostra madre aveva lavorato per anni
alla giornata, e ogni tanto ne ricordava le vicende.
Zia Fiorenza, da lungo tempo inchiodata sul
sediolone appositamente costruito dal falegname masto Biasiu, domandava come
andavano i lavori in campagna, se eravamo stanchi, se ci aveva sorpresi la
pioggia, se c'era ancora la neve, quali operai erano venuti; domandava come
stava crescendo il grano, se i grappoli nei vigneti promettevano bene. La zia
aveva avuto una paralisi alle gambe e non si poteva curvare, né poteva sedere
in una sedia normale. Conservava una memoria sorprendente e le faceva piacere
raccontare con i minimi particolari la sua vita da giovane e poi da sposata con
Antonio Feola, morto da alcuni anni. Il Signore, diceva, non le aveva concesso
la gioia dei figli: se ne rattristava. Aveva uno stomaco così forte, da
digerire, ferma sul suo sediolone, gli stessi piatti che mangiavamo noi, sempre
in moto, in campagna e in casa. La sera, bisognava tirarla in due persone sulla
scalinata, per metterla a letto.
Le camere da letto stavano sempre al primo
piano; a pianterreno c'erano la cucina, la dispensa, le stalle, il cellaio, le
tettoie, qualche ambiente per gli attrezzi: zappe, zappelle, pale, picconi,
rastrelli, tridenti in ferro e in legno, accette, scuri, seghe, secchi, funi,
funelle, martelli, tenaglie, forbici da pota, ronche, falcetti, falci. Zia
Fiorenza doveva essere aiutata per svestirsi e per distendersi sul letto, una
rete particolare di una piazza e mezza. La mattina, doveva essere alzata di
peso, doveva essere vestita e seduta su un altro sediolone con un largo buco
rotondo al centro per i suoi bisogni. Poi la si scendeva in cucina, pian piano,
scalino dopo scalino, e la si aiutava a sedere sul sediolone, accanto al fuoco
d'inverno. D'estate, ogni tanto, si portava il sediolone nel cortile, vicino al
portone aperto, in modo che la zia potesse veder passare le persone sulla via
Nazario Sauro. Alcune vicine si trattenevano a discorrere del più e del meno e
le facevano compagnia.
Quando morì nostro padre, a 55 anni, la zia
stava seduta sul sediolone accanto al fuoco, col capo chino, in silenzio.
Notavo che in quel silenzio soffriva molto. Oltre al dispiacere di aver perduto
il nipote diretto, figlio di sua sorella Rosa, forse pensava come l'avremmo
trattata, una volta che il nipote non c'era più. Nostra madre, invece, ci
raccomandò esplicitamente di portare il massimo rispetto alla zia, per non
farle pesare l'assenza del nipote nostro padre. Molta gente, secondo l'usanza,
veniva a vedere nostro padre nella bara aperta, guardava la zia ottantenne e
paralitica e mormorava che era ingiusta la morte di una persona valida a 55
anni, mentre… La zia sentiva e, in silenzio, si stemperava in un dispiacere
profondo.
Mi fu molto grata quando le costruii uno
scannetto per poggiarci sopra i piedi: il sediolone era piuttosto alto e i
piedi rimanevano penzoloni; mi fu molto grata quando, con tre pezzi di tavoloni
inchiodati feci un mezzo scalino mobile, che, mentre la si tirava su per la
scalinata, veniva spostato di scalino in scalino. Messi i piedi su uno scalino,
poi li metteva su quel legno e di lì sullo scalino seguente: saliva così mezzo
scalino per volta.
Dopo la morte di mio padre, la zia visse
altri quattro anni: morì nel 1931.
La sera, dopo cena, ci trattenevamo intorno
al fuoco. Nostra madre e le mie sorelle Palma, Fiorenza e Angelina filavano la
stoppa, o la veria, o la lana della pecora, con rocca e fuso, alla luce
di una candela a olio. Durante la quaresima, ad un cenno di nostra madre,
smettevano di filare e si recitava il rosario tutti insieme. Nostra madre
recitava poi alcune orazioni: ne sapeva tante. Dopo, riprendevano a filare e,
spesso, ci scappava la narrazione di qualche cunto. Nostra madre ne
ricordava molti, persino quello di Genoveffa e di Guerin Meschino. Ascoltavo,
rapito da quella memoria straordinaria.
***
Venivano a lavorare Salvatore Vellucci,
Paoluccio Corea, Paoluccio Casaluce, Giannino Corea, Bernardo Corea e la
sorella Filomena, Ciummetiegliu Migliozzi, il fratello Salvatore e il
loro padre zi' Francisco, Paolina Cerbarano, zio Davide Trabucco (aveva
sposato zia Mariafelice, sorella di mia madre), zio Eugenio Ullucci (aveva
sposato zia Mariuccia, sorella di mio padre), Giaco Fava, Antonio Cipro di San
Marco e i figli Maria, Terigio, Giulietta.
Ogni tanto, per zappare il terreno nelle
vigne, veniva il caporale don Giovanni Feola con una schiera di ragazzi. Egli
non toccava mai la zappa; si metteva davanti ai ragazzi e, con una zappella con
un lungo manico, li incitava a lavorare. La sera veniva a cenare a casa nostra
e percepiva una giornata doppia di quanto prendevano i ragazzi. Altre volte,
veniva la figlia donna Peppinella, la caporalessa, con una schiera di
ragazze più piccole, che pulivano il grano dalle erbacce. Quando venivano a
Maiorisi, mia madre portava un paniere di fichi secchi e a mezzogiorno la
caporalessa li distribuiva alle ragazze, tutte contente di quell'offerta.
A Solviano veniva a lavorare Luigi da
Nocelleto, un uomo alto, segaligno, molto buono. C'era una parte del fondo con
pochi centimetri di terra su un banco di tufo rossiccio. Luigi scoperchiava con
la zappa una striscia di tufo e lo rompeva col piccone; vi tirava sopra la
terra con la zappa, scoperchiava una striscia successiva e rompeva il tufo col
piccone. Da Nocelleto a Solviano c'erano parecchi chilometri, ma Luigi, senza
quel lavoro, sarebbe rimasto disoccupato, e aveva bisogno di guadagnare la
giornata.
Una sera volli provare a rompere un po' di
tufo col piccone, come faceva Luigi con quei colpi cadenzati e accompagnati da
un respiro affannoso. Non sollevavo all'altezza giusta il pesante piccone,
perché temevo che mi cadesse sulla testa, e il piccone entrava nel tufo appena
per qualche centimetro. Né riuscivo a concentrare i colpi sullo stesso punto.
Testardo nel voler ottenere qualche risultato, mi sentii cadere il piccone
sull'alluce. Un dolore lancinante. Zoppicando, raggiunsi un olmo, staccai con i
denti la corteccia da un vinco e mi fasciai l'alluce.
Nei lavori non c'era soluzione di continuità,
anzi, si accavallavano. A gennaio e febbraio c'era la potatura delle viti; ogni
tre-quattro anni, si potavano anche gli olivi. Nello stesso periodo si
raccoglievano le olive, poi si macinavano e si spremevano nel frantoio. Allora
le olive si raccoglievano a mano, a terra, sotto le piante; era un lavoro
fastidioso, perché faceva freddo, spesso la terra era ghiacciata e le mani si
intorpidivano. Si accendeva un po' di fuoco per scioglierle.
Avevamo un frantoio a San Giuliano e vi si
portavano le olive e si mettevano ad asciugare, sparse sul pavimento di due
stanze sopra il frantoio. Bisognava salire i sacchi sopra una scala a pioli,
perché mio nonno paterno Pasquale non aveva mai pensato, o aveva sempre evitato
di far costruire una scalinata in muratura. Molte volte si lamentavano di questo
lavoro le mie sorelle Fiorenza e Angelina. Dopo una giornata curve, con la
faccia a terra a raccogliere le olive, dicevano, la sera bisognava salire i
sacchi per la scala a pioli. Il quindici aprile 1927 morì mio padre, e il
frantoio rimase così.
Una figura caratteristica era il vecchio
muratore mastro Bernardo Mascolo. Era un tipo complesso, tra il saggio, il
burlone, il faceto. Sotto la scorza di semplicione, aveva un'arguzia a volte
pungente, a volte bonaria; in certe sue battute, si scorgeva una profonda
pensosità e un misurato equilibrio nel distinguere il bene dal male. Forse
senza accorgersene egli portava con sé quella atavica trepida attesa di un
mondo più giusto, attesa sempre frustrata di generazione in generazione. Per
molti anni aveva fatto il muratore, sempre povero.
Alcune volte veniva a lavorare da noi, per
qualche riparazione nella vecchia casa. Se non poteva venire come manovale
Diamante Casaluce, il quale era conosciuto come il migliore impastatore di
calcina, mastro Bernardo si accollava anche quel lavoro pesante. Io e le mie
sorelle mettevamo nel cortile la pozzolana a cerchio, al centro si mettevano
due o tre caldarelle di calce spenta e vi versavamo due secchi d'acqua. Mastro
Bernardo impugnava il lungo manico della zappa rotonda e diluiva prima la
calce, poi vi mescolava la pozzolana. Occorreva un grande sforzo per tirare e
spingere la zappa nell'impasto ancora duro. Se capitava d'estate, mastro
Bernardo ansimava. Si fermava. Si alzava, prendeva il fiato, sorrideva, si
tergeva il sudore con un grande fazzoletto colorato, diceva una delle sue tante
battute: "Se un uomo perde la testa per una donna, non capisce più niente,
non sente più niente. Quando Rosario se ne scappò con Chiarella e dopo alcuni
giorni tornò a casa e bussò alla porta, la madre gli disse semplicemente: figlio
mio, sta la neve 'nterra e tu puorti la femmena alla casa? Ad ogni modo,
trasite".
Mastro Bernardo sospirava, forse pensava ai
figli, i quali avevano sposato donne del settentrione, a lui completamente
estranee per mentalità, per abitudini, per lingua. La prima volta che il primo
figlio Petruccio, brigadiere dei Carabinieri, gli portò a casa dal Piemonte la
fidanzata, fu un impatto spiacevole fra il dialetto casalese e quello
piemontese. Mastro Bernardo ci rimase molto male: il figlio doveva fare
l'interprete. Mastro Bernardo riprendeva a spingere e a tirare il lungo manico
della zappa rotonda con il collo ricurvo. Quando la calcina era pronta, la
guardava con soddisfazione, quasi a complimentarsi con se stesso per averla
impastata bene. Si metteva al lavoro. Ogni tanto si fermava, con la cazzuola
sospesa a mezz'aria, e ne diceva un'altra delle sue: "Figli miei, così è
fatta la vita: c'è chi nasce per essere ricco e chi nasce per lavorare. Dicono
che i poveri sono benvoluti da Dio e ci conviene crederci. D'altra parte, che
ci possiamo fare? Non possiamo cambiare il mondo".
Una sera tornavamo da Solviano, io e
Salvatore. Sulla salita della fontana vecchia, raggiungemmo mastro Bernardo,
che tornava da San Paolo. Camminava piano, curvo in avanti. Si fermò, prese
fiato, ci guardò: "Figli miei, sapete che vi dico? È meglio mangiare una
gallina cotta che fare questa salita". "Buona sera, buona sera",
dicemmo noi, e riprendemmo a camminare. Mastro Bernardo si fermò e disse:
"Ho capito. Il vecchio sono io e devo rimanere indietro. Lo dico sempre:
una bevuta d'acqua quando uno ha sete, è meglio di una botta in fronte. Non
correte, ci arriverete anche voi a camminare piano, come me. Non correte:
sempre prima di cena arriverete".
La potatura era un lavoro lungo e complesso.
Prima si tagliavano le tese, cioè i tralci di due anni che avevano portato i
grappoli, poi si lasciavano due o tre tralci giovani, i migliori, secondo la
forza della vite, e si tagliavano gli altri giovani tralci. Intanto, dai tralci
prescelti si tagliavano tutti i cirri. Dopo alcuni giorni, finiti i tagli, si
procedeva alla sostituzione dei pali marciti o spezzati con pali nuovi di
castagno o di olivo. I tralci che dovevano portare i grappoli nella prossima
stagione, venivano legati ai pali con vinchi di olmo, o con vinchi di ceppai di
castagni, o di salici. In ultimo si procedeva ad attesare, cioè a legare i
tralci gli uni con gli altri, in modo che tutta la vigna diventava un
pergolato.
C'erano alcuni operai notoriamente esperti
della potatura delle viti; c'erano parecchi operai che non ne capivano, non si
impegnavano ad imparare, e vi rinunciavano. Preferivano la zappa, era più
semplice. Bravi a trattare le viti erano Salvatore Vellucci, zi' Francisco
Migliozzi, Paoluccio Corea, Paoluccio Casaluce, Giaco Fava, Paolina Cerbarano.
Prima che terminasse la potatura si
cominciava a zappare il terreno nei vigneti, dopo averlo sgombrato di sarmenti,
frasche secche, pali vecchi e forcine. Si zappava specialmente il terreno in
cui si dovevano piantare le patate. Si vuo' fa' la patana iusta, piantala te
iennaru, e scavala t'austu, recitava un proverbio. Si diceva che il terreno
zappato e concimato con il letame, per piantarvi le patate, si doveva riposare
per qualche tempo dopo la zappatura, così il letame si amalgamava con la terra
e la rendeva più soffice, più sciolta.
Nei primi giorni di marzo, un anno, vennero a
zappare a Le Bane Teresina, Carminella, Santella e Melinda. Sopra il pascone di
lupini, fave e rape, c'erano una decina di centimetri di neve. Al paese ne era
caduta di meno, perciò erano venute a lavorare. Era fastidioso tirare nella
taglia pascone e neve e il lavoro procedeva con evidente lentezza. Teresina
propose di smettere e di tornarsene a casa. Mia madre, decisa, disse di
continuare, per non perdere la giornata. Continuarono fino a sera. Quel maggese
fu più fertile degli altri. Si pensò che la neve avesse contribuito a far
marcire meglio il pascone.
Una mattina sentimmo bussare al portone. Mia
madre andò ad aprire, erano quattro vangatori, smagriti. Le barbe brizzolate,
le vanghe legate a tracolla con pezzi di spago: "Fateci lavorare"
dissero. "Veniamo da Marcianise, abbiamo camminato di notte. Fateci
lavorare ". Mia madre non seppe dire di no. Era commossa. Per mezzogiorno
preparò una pentola di pasta e fagioli col sugo di salsiccia e la portò ad
Arauto con piatti e cucchiai e un fiasco di vino. I quattro braccianti avevano
lavorato alla svelta e non si aspettavano un piatto caldo di pasta e fagioli e
il nostro buon pane con la salsiccia e il vino. Mangiarono con avidità
contenuta in silenzio.
Ripresero a vangare, arrivarono al confine,
avevano finito e il sole era ancora alto sul Massico. Quando mia madre volle
pagarli per una intera giornata, si schermirono, non volevano. Mia madre
insisteva nel dire che avevano fatto un buon lavoro e mise in mano al più
anziano una carta da dieci lire e tre da due lire. La giornata, allora, era di
quattro lire. I vangatori erano confusi, ringraziarono. "Dio vi benedica e
vi faccia trovare altro lavoro", aggiunse mia madre.
A marzo si innestavano tutte le piante
selvatiche che dovevano essere innestate. Parenti e amici fornivano le marze
delle migliori specie di frutta. Zio Eugenio era un provetto innestatore e
veniva ad innestare, specialmente la domenica, per non perdere la giornata di
lavoro. Gli innesti si legavano con cortecce di olmo. Lo zio faceva un giro
lungo il rivo, tagliava con la ronca i giovani rami dagli olmi più lisci e li
scortecciava, poi raccoglieva un paniere di muschio, per fasciare gli innesti e
tenerli freschi. Quasi tutti, o tutti, attecchivano. Guardando zio Eugenio
nelle varie operazioni, cominciai a provare i primi innesti.
Si piantavano fagioli, ceci, il primo
granturco. Si potevano preferire le porche, più faticose, da alzare con la
zappa, oppure si potevano preferire semplici piccoli solchi superficiali,
appena un segno nel maggese, dentro cui si mettevano i semi col cavicchio,
detto ru pezzùco. A Maiorisi, metà del seminativo si seminava a grano,
nell'altra metà si era già seminato il trifoglio: tra la fine di marzo e i
primi di aprile, i buoi ne facevano il sovescio col prussiano di ferro, e vi si
piantava il granturco. Il trifoglio tenero marciva ed era un ottimo concime.
Durante l'aratura, si chiamava una donna a
giornata, per scegliere la gramigna, nella terra smossa dal vomere. Ne usciva
tanta, a Maiorisi. La donna addetta ne faceva piccoli mucchi; poi si
raccoglievano e si bruciavano. La gramigna migliore si scuoteva col tridente,
per far cadere la terra, e si conservava per l'asina, che la mangiava. Spesso
passava sulla strada per Teano un carretto e l'uomo che lo guidava fermava e
chiedeva per favore di raccogliere la gramigna. Qualche volta comprava quella
già raccolta. Si diceva che la gramigna, ben lavata e asciugata, veniva
triturata e mescolata con la crusca. L'insieme si dava per governare i cavalli.
***
Ad aprile si raccoglievano nei vigneti i
sarmenti rimasti e si legavano in fascine, che poi venivano portate a casa e
sistemate in cataste sotto le tettoie. Durante tutto l'anno servivano per il
fuoco giornaliero insieme alla legna, ma servivano specialmente, ogni
dieci-dodici giorni, per il forno del pane. Si raccoglievano anche nei vigneti
le forcine rimaste, con cui erano state puntellate le tese, appesantite dai
grappoli prima della vendemmia, e si mettevano all'impiedi appoggiate intorno a
qualche castagno. Per sicurezza, vi legavo intorno un cordone di vitalba.
Sarebbero servite per l'anno seguente, sia per le tese, sia per puntellare i
rami di altre piante, che rischiavano di spezzarsi sotto il peso dei frutti:
meli, peri, fichi, pèschi, albicocchi, susini.
Seminavamo anche la canapa nell'orto dietro
casa. La canapa, per crescere bene, aveva bisogno di un terreno fertile, ben
concimato e molto sciolto, altrimenti le pianticelle crescevano basse e
sottili, e davano poche fibre. Dagli stessi semi nascevano moltissime piante
maschili, più sottili, e poche piante femminili, più robuste, più alte, più
verdi, che in cima portavano i semi. Quando la canapa seccava, veniva scavata e
stesa al sole sullo stesso terreno. Dopo alcuni giorni, bisognava scuoterla
vigorosamente, a piccoli mannelli, per far cadere tutte le foglie. Gli steli
venivano legati in fasci, vi si tagliavano le radici e i fasci si mettevano
nell'acqua in apposite vasche. Vi si mettevano sopra grosse pietre pesanti, per
non farli galleggiare.
Dopo una settimana o più, i fasci si tiravano
dall'acqua e si mettevano all'impiedi al sole ad asciugare, aperti nel basso a
cerchio, per farli reggere. Poi venivano maciullati sull'apposita maciulla (la
gramola), uno strano attrezzo rudimentale, fatto di un grosso tronco di legno
su quattro piedi. Aveva uno scavo longitudinale da cui emergeva una specie di
dorso a triangolo, su cui si abbatteva un altro legno mobile, con uno scavo
corrispondente. L'operaio addetto, con la destra alzava il legno superiore, con
la sinistra appoggiava sul legno inferiore un mannello di steli di canapa, e
abbassava e alzava e abbassava e alzava tre-quattro volte il legno superiore,
tirando piano piano il mannello. Venivano così spaccati e triturati in piccole
parti gli steli e nella mano dell'operaio rimanevano le fibre, lunghe e
resistenti, che, pulite ancora del canapule, detto ri cannaucci, e
passate al pettine apposito, diventavano la stoppa e la veria.
Stoppa e veria, fibra più sottile e
più morbida, venivano filate, con rocca e fuso, per tele da sacchi e lenzuola
da campagna e lenzuola da letto, tovaglie, asciugamani, tovaglioli, camicie.
Dal fuso, il filo veniva passato sul naspaturo, e si formavano le matasse.
Queste venivano impiastricciate con la cenere della liscivia e, disposte in
tegami di terracotta, erano messe nel forno, così il filo diventava bianco. Le
matasse venivano lavate abbondantemente, asciugate e, messe sull'arcolaio,
venivano trasformate in grossi gomitoli, pronti per passare al telaio.
Poco lontano dalla nostra casa, abitava la
vecchia zi' Carminella De Cristofaro, una tessitrice molto conosciuta nel
paese, la quale aveva un grande telaio e si faceva aiutare nel lavoro dalle
figlie Colomba e Antonietta. Ogni tanto, tesseva anche per la nostra famiglia.
Ricordo ancora quando sedeva nel vicolo o sotto il portico e preparava i
gomitoletti per l'ordito. Spesso sentivo il tipico scricchiolìo del telaio
quando tesseva, tutta contenta veniva a consegnare il rotolo di tela a mia
madre, la quale subito la pagava.
***
A maggio, bisognava pulire il grano dalle
erbacce con la zappella, e così pure le fave, i lupini, la biada, l'orzo.
Intanto cominciava la pompatura. Il primo vigneto che ne aveva bisogno era
Solviano. Alcuni anni, si iniziava il primo giro a San Michele, il nove maggio;
poi si andava a Maiorisi, seguiva Le Bane, in ultimo Arauto, dove il terreno
era più freddo e le viti sbocciavano una quindicina di giorni più tardi. Il
lavoro della pompatura dei vigneti si interrompeva soltanto per qualche giorno,
perché, appena si terminava il primo giro ad Arauto, si doveva correre a
Solviano per il secondo giro. E così si andava avanti fin verso la metà di
luglio, e anche oltre, se la stagione era umida e la peronospera si sviluppava
di più.
Era un lavoro complesso. Andavo a comprare il
verderame alla bottega di Alberto Aurilio, di fronte alla chiesa. Portatolo a
casa, bisognava pestarlo sul pavimento e ridurlo quasi in polvere per renderlo
solubile nell'acqua. Caricavamo sulla sporta sull'asina i sacchetti pesati del
verderame (avevamo un'apposita bilancina), la carrucola, il secchio e la fune
per attingere l'acqua dal pozzo, un secchio pieno di calce spenta, le brocche
per trasportare la dose ai pompatori, le bottiglie di vino, una brocca con
l'acqua per bere, l'involto per mangiare. Quando si andava a Maiorisi, si
caricava tutto sulla carretta, compresi gli operai e le pompe, io e una mia
sorella, Fiorenza o Angelina, o entrambe, se si doveva stannare. Su ogni
terreno c'era un pozzo e, accanto, la vasca in muratura, misurata con bulloni
da un lato, per preparare la dose.
Si attaccava la carrucola alla punta del palo
piantato obliquo accanto al muretto del pozzo, si infilava la fune, si legava
il secchio ad una estremità. La carrucola non si poteva lasciarla attaccata al
palo, perché la rubavano. Si tirava l'acqua, vi si metteva a sciogliere il
verderame di un sacchetto; quando era tutto sciolto, una persona girava l'acqua
con una forcina, un'altra persona vi lasciava cadere dentro, piano piano, il
latte di calce, precedentemente preparato in un secchio. L'acqua acquistava
lentamente un colore azzurro intenso. Gli operai si aggiustavano la pompa sulle
spalle e Filomena vi versava una brocca della dose. Riempiva subito la brocca,
se l'appoggiava su un fianco e si portava dove gli operai avevano terminato la
brocca precedente. Per tutta la giornata faceva avanti e indietro fra la vigna
e il pozzo, con quella grande brocca che, piena, pesava una dozzina di chili.
La dose era corrosiva e gli operai, spesso
Paoluccio Corea e Salvatore Vellucci, cercavano di proteggersi il viso con una
sciarpa; ma se c'era un leggero alito di vento, era impossibile ripararsi da
quella nuvoletta che usciva sibilando dal rubinetto e spruzzava le foglie delle
viti, per fermare la peronospera. Alcune volte, mentre stannavo, sentivo
Paoluccio o Salvatore che si lamentavano perché Filomena appoggiava la brocca
piena sulla pompa. Se c'erano due pompatori, doveva portare la dose, insieme a
Filomena, anche mia sorella Fiorenza, o Angelina.
***
A Maiorisi, mio padre aveva fatto scavare un
pozzo da Rosario D'Angelo. Arrivati ad una certa profondità, senza trovare
l'acqua, mio padre aveva proposto di smettere; Rosario aveva voluto continuare.
Dopo altri tre giorni di lavoro, mio padre aveva insistito per smettere;
Rosario aveva insistito a continuare. Il pozzo era diventato profondissimo.
Improvvisamente, nella roccia, si trovò come un tubo, con una forte corrente
d'acqua. Rosario si fece calare con la fune una vecchia giacca di velluto,
otturò alla meglio quella specie di tubo e riuscì a scavare un fossetto di una
trentina di centimetri, da potervi attingere l'acqua col secchio. Tirò la
giacca, l'acqua riprese a correre ed egli salì dal pozzo, felicissimo del suo
lavoro.
Passarono alcuni anni. Tutte le persone che
vedevano quel pozzo ne ammiravano la profondità e la perfetta circonferenza;
sembrava fatto col compasso e col filo a piombo. L'acqua era buona, ma per
tirarne la quantità occorrente per la pompatura della vigna occorreva grande
fatica, data la profondità del pozzo. D'estate, gli operai vi calavano le
bottiglie del vino in un secchio legato alla fune. Quando mangiavano a
mezzogiorno, tiravano su le bottiglie diventate fredde e ne bevevano il vino
con piacere.
Una mattina, andammo a Maiorisi con la
carretta. In vista del terreno, notammo che dal pozzo usciva una colonna di
fumo. Non era fumo: era vapore che si dissolveva nell'aria. L'acqua, nel pozzo,
non c'era più. Dopo due giorni, il vapore scomparve: il pozzo rimase asciutto.
L'acqua era indispensabile per irrorare la
vigna. Zio Antonio di San Donato, un provetto muratore, ebbe un'idea. Ad una
certa profondità, scavò due grotticelle ai lati del pozzo, una di fronte
all'altra; sul vuoto del pozzo costruì una resistente volta con pietre sagomate
di un tufo durissimo e cemento, intonacò accuratamente e formò una cisterna.
Mio padre aveva fatto innalzare, fra la vigna
e il seminativo, una grande pagliara di gambi di granoturco, quadrata, coperta
con una tettoia di coppi, aperta da un lato, per potervi riparare la carretta e
l'asina. Zio Antonio scavò un canaletto dove sgocciolavano i coppi, quando
pioveva, e lo indirizzò in una fossa che fece riempire di sabbia di rivo, da
servire da filtro all'acqua piovana. Dal fosso, con un canaletto pieno di
sabbia e interrato, l'acqua scendeva limpida nella cisterna.
Non si smetteva di pompare e bisognava
iniziare a girare per i vigneti, tesa per tesa, con lo zolfo, perché i grappoli
avevano già gli acini abbastanza sviluppati e perciò facili ad essere attaccati
dall'oidio. A Maiorisi veniva a dare lo zolfo zi' Michele, soprannominato ru
leudiano. Abitava accanto alla casa di zia Mariafelice. Io scendevo con la
carretta ed egli stava aspettando. Prima di dirmi buongiorno, domandava se
avevo portato l'acqua, se avevo portato la ronca. Capivo a mezzogiorno il
perché. Cacciava da un tovagliolo un canto di pane durissimo, lo appoggiava su
un palo e a colpi di ronca lo riduceva in piccoli pezzi; li raccoglieva, li
bagnava ed aspettava che si intenerissero. Era vecchio e non aveva più i denti.
Da tempo era rimasto vedovo e viveva solo, bisognoso.
Tra giugno e luglio, si doveva procedere alla
cosiddetta potatura estiva, che consisteva nello sfoltire le viti dei molti e
inutili giovani tralci, che sbocciavano a profusione. Per ogni vite, si
lasciavano i tre o quattro tralci migliori e nelle migliori posizioni per la
prossima potatura invernale. Nel nostro dialetto, si diceva che si doveva
sperucciare le viti, togliere cioè i pidocchi, tali erano considerati i
giovani polloni inutili, che si affollavano prima dell'attaccatura delle tese.
Le tese che portavano i grappoli, dopo il
secondo o terzo giro della pompatura, dovevano essere stannate, cioè
bisognava spezzare tutti i giovani tralci, un internodo o due dopo i grappoli.
Era un lavoro indispensabile, sia per fare arrivare direttamente sui grappoli
gli spruzzi della dose di verderame e latte di calce che usciva dal rubinetto
della pompa, sia perché, senza spezzarle, le cime dei tralci avrebbero toccato
il terreno e sarebbe stato impossibile agli operai muoversi nei filari, sotto
le tese a pergolato, con il peso della pompa sulle spalle: piena,
dodici-tredici chili. D'altronde, tutti quei tralci avrebbero sottratto sostanza
ai grappoli dell'uva.
***
Era già cominciata la sarchiatura delle
patate, dei fagioli, dei ceci, del granturco. A Maiorisi, la strada non era
asfaltata, c'era la breccia bianca. Si lavorava nella vigna e ogni macchina che
passava, poche allora, sollevava una grande nuvola di polvere, che investiva
tutto il terreno e per alcuni momenti toglieva il respiro. Sarchiando il
granturco nel seminativo, si impastavano polvere e sudore.
Venivano a lavorare Italia Iannotta, le
sorelle Rosinella e Fiorina Taffuri, Carminella Pecorone, Melinda Iannotta. Un
giorno, nelle ore meridiane faceva molto caldo e si sudava, anche con panni
leggeri. Eravamo a pochi passi dalla strada per Teano. Sulla strada avevano
messo rappezzi di breccia, piuttosto grossa. Passò un calesse tirato da un
asinello smagrito. Il calesse aveva le ruote storte e pendeva fortemente, con
moto alterno, da un lato e dall'altro; quando passava sui rappezzi di breccia,
sembrava stesse lì lì per capovolgersi. Sul calesse c'era un giovane che teneva
le redini e a fianco c'era un uomo anziano, con un grosso cappotto con il
bavero alzato, come se sentisse freddo.
Rosinella e Fiorina prendevano in giro quel
poveruomo e ridevano, ridevano con battute ironiche e offensive: "Sentite
che freddo che fa? Mettetevi il cappotto, sentite che freddo che fa?"
Italia, seria e dispiaciuta, guardava e rimaneva in silenzio; poi disse:
"Che ne sapete, se il giovane non porta il padre ammalato, con la febbre
alta, all'ospedale di Teano? Che ne sapete se non avevano altro mezzo di
trasporto, oltre a quel calesse sgangherato?" Non dissi parola, ma in me
stesso notai la superficialità e l'indifferenza di Rosinella e Fiorina, e
l'umana sensibilità di Italia.
A metà giugno, bisognava mettere mano alla
mietitura del grano. Allora si coltivava molto grano, nella zona. Ne avevamo a
Maiorisi, a Solviano, a Le Bane. Era un lavoro impegnativo e urgente, quando le
spighe, ben granite, si curvavano verso terra e nelle calde ore meridiane
cominciavano a lasciar cadere qualche chicco. Non si poteva aspettare. I
mietitori avevano ognuno il proprio falcetto bene affilato sulla sottile
dentatura e tagliavano gli steli del grano ad un'altezza di trenta centimetri.
Non riuscivo a capire come facessero le case, cioè due piccoli mannelli
di steli di grano tagliati raso terra e intrecciati dalla parte delle spighe.
Servivano per legare il grano in covoni, che poi si raccoglievano in lunghe
biche.
Dopo un certo tempo, i covoni venivano
portati sull'aia; il grano si spandeva a fettucce progressive per far risaltare
le spighe tutte dalla parte di sopra. Dopo circa mezz'ora, si battevano con i
correggiati. È difficile, oggi, immaginare com'era fatto un correggiato che,
allora, nella zona, si chiamava vevigliu. Era formato di due bastoni,
collegati con una correggia di cuoio morbido, l'uno dei quali, più lungo, si
impugnava facendo ruotare in aria l'altro bastone, più massiccio, e facendolo
battere sulle spighe con uno scatto delle mani verso il basso. Chi lo adoperava
le prime volte, doveva prestare la massima attenzione, per evitare che il
secondo bastone gli battesse sulla testa o sui piedi. Gli operai si disponevano
in due file, di fronte; ognuno aveva un altro avanti a sé e le file battevano
con ritmo alternato: mentre i bastoni di una fila giravano in alto, quelli
della fila di fronte battevano sulle spighe.
La sera, si aspettava che spirasse il
ponentino e, con una pala di legno, l'operaio più qualificato, dal mucchio di
chicchi e pula, gettava in aria, con uno scatto vigoroso, una palata colma. Il
vento allontanava la pula, mentre i chicchi di grano cadevano belli puliti
verticalmente. Bravo, in questa operazione, era zio Eugenio, il quale imprimeva
un movimento alla pala, in modo che si formava un mucchio stretto e lungo, e
non quello conico. Non mi fu difficile imparare a iauriare a palummella
come faceva lo zio.
Il grano veniva messo negli sportoni nella
casetta. Gli sportoni erano grandi recipienti rotondi di strisce di stramma (il
saracco), di varia larghezza e di varia altezza, secondo l'uso. Avevamo
sportoni per il grano, per i fagioli, per la biada, per le fave, per i lupini,
per il granturco. Si aspettava una ventina di giorni, nel grano si sviluppava
una miriade di farfalline. Allora si spandeva il grano sull'aia e si faceva
soleggiare, smuovendolo ogni tanto con la pala di legno, e più spesso con i
piedi scalzi. Mi divertivo, da ragazzo, a tracciare le porchetelle nei chicchi,
per esporli meglio al sole. Al tramonto, si raccoglieva il grano nei sacchi, si
portavano a casa sull'asina e si riempiva la tina che avevamo in cucina.
A Maiorisi si seminava molto grano. Dopo la
mietitura, veniva il carrettiere Luigi Fiorillo con il suo grande carretto a
tre cavalli, uno tra le stanghe e due a velanzino, cioè attaccati ai
lati con un aggeggio di pettorale di cuoio, due corde, un massiccio bastone con
un gancio che si infilava in un anello fisso al carretto sulla selletta
anteriore. Luiggiegliu, lo chiamavamo così, caricava i covoni, facendoli
sporgere molto ai quattro lati e legandoli poi con le funi. Li trasportava per
la battitura a Solviano, dove c'era una grande aia. Poiché il carretto non
poteva accedere al terreno, perché dalla strada c'erano circa duecento metri di
via vecchia stretta, si scaricavano i covoni su un lenzuolo sulla strada, e
bisognava trasportarli a mano sull'aia. Poi si pensò di portare i covoni
sull'aia di Arauto, ma nemmeno lì il carretto poteva entrare sul terreno e
bisognava scaricarli su un lenzuolo sulla strada Casale-Cappelle e trasportarli
a mano sull'aia.
Il trasferimento dei covoni da Maiorisi al
paese si faceva anche per avere a disposizione la paglia. Se ne consumava tanta
durante l'anno, per la lettiera alle stalle dei maiali, dell'asina, della capra,
del pollaio, e ogni mattina, con la paglia si accendeva il fuoco.
Durante la battitura del grano, con la paglia
si formavano i cosiddetti metali, i grandi pagliai all'aperto a forma
conica. Un operaio più esperto disponeva la paglia in cerchio, con un tridente
di legno, facendo la massima attenzione a non sporgersi con i piedi verso
l'esterno, specialmente quando il pagliaio era cresciuto più di un metro,
perché la paglia scivolava ed egli ruzzolava a terra. Soltanto qualcuno degli
operai sapeva destreggiarsi al centro del pagliaio, via via che questo saliva,
restringendosi, fino a chiudersi intorno al palo, il cosiddetto strépete.
Quando il pagliaio diventava alto, da non poterci alzare più la paglia col
tridente, vi si appoggiava una scala a pioli e una donna saliva la paglia in un
lenzuolo. In ultimo, veniva messo intorno al palo un cesto di terra, che faceva
da cappello al pagliaio.
La paglia, così, si conservava asciutta,
anche quando pioveva a lungo. Con un uncino di ferro con un manico di legno, ru
cruoccu, si tirava la paglia dal basso, si legava in fasci e si portava a
casa. Presto dovetti imparare a fare i pagliai. Quando arrivavo in cima, in
alto, mia madre guardava timorosa dal basso e mi raccomandava di tenermi sempre
afferrato al palo.
***
Luglio. Stavamo a Maiorisi a sarchiare il
granturco. A mezzogiorno, ci mettemmo a mangiare all'ombra del grande fico
davanti alla pagliara. Filomena sciolse l'involto e trovò il pane pieno
di formiche. Aveva lasciato l'involto su una vite e le formiche lo avevano
invaso. Si arrabbiò e sbatté il pane per terra, sia per sfogare la rabbia, sia
per fare uscire le formiche. Le formiche uscivano, ma non finivano mai di
uscire: sembrava che si fosse formata una specie di fabbrica che le sfornava
all'infinito. Carmenella offerse metà del suo pane a Filomena, Filomena non lo
volle.
"Mettilo in un secchio d'acqua"
consigliò Italia. Filomena tirò un secchio d'acqua dalla cisterna e vi mise il
pane. Le formiche continuavano ad uscire e galleggiavano sull'acqua, agitando le
zampette. Filomena afferrò il pane e cominciò a mangiare, masticando pane e
formiche e borbottando: "Peggio pe' esse!" Poi, guardò le
compagne e domandò: "Ma sapete perché sono state inventate le formiche, e
i pidocchi e le pulci e le zecche e le piattole?" Rispose, calma, Italia:
"Per esercitare la pazienza delle persone". Filomena gettò il pezzo
di pane che aveva in mano: le formiche continuavano ad uscire.
Ad agosto e a settembre, nostra madre
ripeteva spesso il proverbio: t'estate secca vietti, ca te viernu su'
cunfietti. Bisognava raccogliere e conservare anche le cose più
insignificanti, come le cascavelle, una specie di susine piccole come
una ciliegia, perché durante l'inverno, che era lungo e freddo, sarebbero state
utili e saporite. Si spaccavano le pèsche e si seccavano al sole e al forno, si
spaccavano e si seccavano i pomodori, le prime mele; si sceglievano i fichi
migliori, si spandevano nei furnigli (cestini piatti e rotondi di vinchi
di ligustri, di olmo, di olivo, di salice, di castagno, larghi una quarantina
di centimetri e con il bordo di quattro-cinque centimetri; li tessevo io
stesso) e in un paio di infornate diventavano fichi secchi. Si bollivano le
pere e si seccavano, si cuocevano al forno le castagne e si conservavano, si
conservavano le susine secche, l'uva passita, le purciacche, le sorbe.
Alcune famiglie seccavano le bucce dei meloni e le bucce di fichidindia.
Nostra madre aveva nei fienili una serie di
pentoloni di creta smaltati, li riempiva di tutta quella roba da conservare, li
copriva con coperchi pesanti per evitare che vi entrassero i topi, e durante
tutto l'inverno, alternando una cosa all'altra, preparava il companatico da
portare in campagna per il giorno, oppure preparava la cena.
Squisite erano le pèsche secche spaccate,
fritte incollate con la farina, squisiti erano i pomodori secchi spaccati,
fritti come le pèsche. La sera precedente, quando si spegneva il fuoco, pèsche
o pomodori, o purciacche, si mettevano nell'acqua calda in una pentola e
la pentola si metteva sul focolare, sulla cenere calda. La mattina seguente si
friggeva. Le castagne al forno, quando si raffreddavano, diventavano dure come
le pietre, ma nella cenere calda accanto al fuoco ritornavano tenere. Erano
buone anche bollite.
L'aurora ci portava nei campi, e mettevamo
sempre in tasca qualcosa: fichi secchi, pere secche, susine secche, sorbe
secche. D'inverno, al mattino, spesso si faceva la polenta. Nostra madre
metteva sul fuoco un paiolo di rame stagnato e, quando l'acqua bolliva, con una
mano lasciava cadere nel paiolo, lentamente, un filo di farina di granturco,
con l'altra mano girava l'acqua con un mattarello. La polenta veniva messa in
parte nei piatti, ove si rapprendeva e si poteva poi scaldare sulla graticola
sulla brace, in parte si mangiava ancora calda nel paiolo.
Le stagioni si avvicendavano, come si erano
perennemente avvicendate sulla corsa degli uomini al da fare, e non si pensava,
allora, all'osservazione che ogni tanto faceva nostra madre: "Facciamo
tante corse per sbrigare i lavori che si accavallano di qua e di là, poi ti
viene una febbre, ti metti a letto, e non hai più niente da fare". Intanto
si correva, si lavorava, e i mesi passavano in fretta, e dalla polenta, che era
sinonimo di freddo, si passava al caldo del mese di agosto, quando bisognava
scavare i lupini.
I semi dei lupini servivano per concime alle
viti e al grano, oltre che per seminare il pascone nei vigneti. Bisognava
scavare i lupini di notte, per non fare aprire i baccelli e disperdere i semi
sul terreno, ed anche per profittare di quel poco di umidore notturno che
rendeva i gambi meno aspri. Bisognava batterli nelle ore più calde del
meriggio, perché soltanto col caldo i baccelli si aprivano tutti. Venivano
battuti con le lope, grossi e lunghi bidenti di legno, piuttosto
pesanti. Poi bisognava passare i semi, con grande pazienza, nell'apposito
vaglio. In ultimo, bisognava legare in fascine ri sarracuni, cioè i
gambi dei lupini, che servivano per il fuoco in cucina e per il forno.
Cominciavano a cadere le mele, non ancora mature,
ma già buone per i maiali, prima che maturassero i fichi. Era mio compito
andare con l'asina ad Arauto, a Le Bane o a Solviano, a raccogliere le mele che
cadevano sotto le piante. Le raccoglievo col paniere e riempivo due grandi
cesti (ri cestriegli di mezzo tomolo), messi ognuno in un angolo
della sporta, sistemata sul basto dell'asina. Le mele più belle, e meno acerbe,
venivano spaccate, pulite dei semi al centro e messe al forno. Altro compito
mio era quello di andare a cogliere i fiori di cacio sui grandi cardi,
maledettamente pungenti, comunque li avvicinavi. Servivano per fare il
formaggio dal latte della capra e della pecora.
Si falciava il trifoglio per il fieno.
Falciatori bravi erano Antonio Zano e Giaco Fava. Il trifoglio si spandeva al
sole per farlo seccare; dopo due o tre giorni bisognava girarlo. Ben secco, si
raccoglieva in mucchi, e la sera tardi o la mattina presto si facevano i mazzi
(ri truocci), facili ad essere caricati sull'asina per essere portati a
casa. Poi si tiravano con fune e carrucola sui fienili e venivano sistemati in
modo che non toccassero i coppi, per paura di autocombustione.
Si falciava anche il trifoglio già secco, per
fare la semenza; occorreva falciarlo la mattina molto presto, perché, appena il
sole si alzava, le spighette si disfacevano al colpo della falce e la semenza
si disperdeva sul terreno. Si facevano dei mucchietti e dopo alcuni giorni,
preferibilmente nelle ore calde, si prendevano pian piano col tridente e si
battevano su un lenzuolo, o sull'aia. Si usava tenere la semenza all'aperto, in
caratteristici mucchi oblunghi. Qualche volta, di notte, un ladro la rubava. La
semenza di trifoglio si vendeva a caro prezzo.
Falciato il trifoglio nella vigna, rimaneva ru
pratale, che spesso veniva subito zappato e sul maggese si piantavano i
fagiolini gentili, oppure il granturco. Se pioveva, si raccoglieva qualcosa. Un
giorno stavamo zappando un pratale io e Salvatore nella vigna a
Solviano. Zio Angelo di Sessa venne a trovarci a casa e, non trovandoci, passò
per Solviano. Ebbi bisogno di allontanarmi e scesi giù alla soccia.
Quando tornai, e dopo un po' zio Angelo andò via, Salvatore mi riferì che, in
mia assenza, lo zio aveva esclamato che con la zappa in mano non ci stavo
proprio bene.
***
A settembre bisognava girare spesso per i
vigneti, per puntellare con le apposite forcine le tese, già appesantite dai
grappoli prossimi alla maturazione. Senza le forcine, le lunghe tese si
spezzavano e i grappoli sbattevano a terra e si schiacciavano. Intanto, si
dovevano pulire i terreni da tutte le erbacce, cresciute liberamente durante
l'estate, e dai cardi dei castagni. Si facevano grossi mucchi e si bruciavano;
in molte campagne si notavano le alte colonne di fumo, che duravano tutta la
giornata.
Caratteristica, a settembre, era la
spregliatura delle pannocchie di granturco: si cantava, si raccontava, si
scherzava, si rideva, qualcuno tirava di nascosto una pannocchia sulle spalle
di un'altra persona. Le donne del vicinato venivano ad aiutare. Si compiaceva
chi trovava due pannocchie più grandi e più belle, vi lasciava due cartocci, li
arrotolava, legava quelli di una pannocchia con quelli dell'altra pannocchia e
mostrava r'appiennulo. I cartocci più bianchi, le spreglie, si
conservavano per riempire i sacconi per i letti, al posto dei materassi.
Era già tempo di preparare il terreno per la
semina del trifoglio, per farlo nascere alle prime piogge. Ne avevamo diverse
specie, dal maggenco al verdosco, che era l'ultimo a fiorire e si
prestava utile per il pascolo dei maialetti. Capitava qualche volta che, mentre
i maialetti pascolavano e sembravano tranquilli, mi mettevo a giocherellare con
qualche sorgentella d'acqua. Con mio grande disappunto, alzandomi, notavo che i
maialetti erano spariti. Correvano nei terreni confinanti a mangiare le patate
piantate o i cavoli neri. Naturalmente rovinavano tutto e, il giorno dopo, i
proprietari reclamavano con mia madre per il danno subito. Con pazienza, dovevo
sentirmene le giuste rampogne.
Il trifoglio maggenco, precoce, era
più utile per la fienagione. Producevamo una grande quantità di fieno, che
serviva per l'asina nostra, per gli asini che gli operai portavano con sé
durante la vendemmia, e soprattutto per i buoi quando venivano a lavorare il
seminativo. Nelle giornate di forte pioggia o di neve (allora pioveva molto e
d'inverno faceva molto freddo), il fieno si dava anche alla capra e alla
pecora: invece di portarle al pascolo, si tenevano nella stalla o sotto la
tettoia. Altra risorsa, per le governate alle bestie nelle brutte giornate,
erano i baccelli secchi dei fagioli (ri ùnguli), che venivano
accuratamente conservati.
Un giorno, zio Angelo di San Giuliano si mise
a lavorare il terreno a Solviano, poco lontano dall'aia, con l'aratro di legno.
C'era da preparare il terreno per seminare il trifoglio. Lavorava tranquillo e
ogni tanto dava la voce ai buoi. Passeri, fringuelli, cinciallegre e pettirossi
saltellavano sulla terra smossa, in cerca di cibo. Stavo davanti alla
masseriella per prendere una zappa e mi sentii chiamare con voce concitata:
"Corri! Corri!" Vidi mio zio che si premeva con una mano il cappello
sulla testa e con l'altra teneva fortemente le funi dei buoi, che scalciavano e
si agitavano.
Lo raggiunsi di corsa, senza capire che cosa
fosse successo. "Sfila il chiovolo!" gridò mio zio, "e
attento alle funi!" Appena il giogo si sganciò dalla bure, mio zio lasciò
la fune e i buoi si misero a correre. Il vomere aveva spaccato un nido di vespe
terragnole,e d esse si erano avventate sotto la pancia dei buoi e sulla testa
di mio zio. Egli si era sollevato il cappello per scacciarle, ed esse gli
stavano punzecchiando rabbiosamente la testa semicalva.
Corse mia madre, spaventata. Lo zio era tutto
rosso in viso e stringeva i denti per il dolore. Mia madre prese alcune patate
nella masseriella, le affettò e le strofinò sulla testa dello zio, testa che si
andava gonfiando come un pane messo a lievitare. Lo zio andò a prendere i buoi,
che si erano fermati presso il rivo e cercavano di scuotersi le ultime vespe.
Lo zio li accarezzava e li chiamava per nome: Fiorillo e Cardillo.
Settembre e ottobre ci impegnavano nella
semina del pascone, un insieme di lupini, fave, rape, biada. Serviva come
concime per il sovescio alla zappatura. Le tenere piante di lupini e fave
servivano anche per concime alle viti. Ogni anno, nei mesi di marzo e aprile,
si scavava con la zappa una fossetta circolare intorno al gruppo di viti (tre o
quattro), si riempiva di fave e lupini e si copriva con la stessa terra che si
era scavata. Fave e lupini marcivano ed erano un ottimo concime naturale. Le
rape, prima della zappatura, davano buoni broccoletti; la biada la mangiavano
la capra e l'asina.
A fine settembre, bisognava prepararsi per la
vendemmia. Gran parte della zona di Casale era tenuta a vigneti, specialmente a
sud, verso Croce di Casale, L'Ariavecchia, La Starza, Rampaniuci, Le Forme, La
Cometa, e a ovest tutta la collina di San Paolo, Tremenzano, La Pilora,
Solviano. La vendemmia era un lavoro molto impegnativo per l'intero paese, si
mobilitavano donne, uomini, e asini, fabbri e falegnami. I ragazzi, di solito
dovevano pigiare l'uva sui tini e sulle botti, su cui veniva legata la matrella
con due grosse funi.
Si spolveravano e si bagnavano bigonce e
tinelli; cominciavamo a bagnare con l'acqua molto calda le botti e il grande
tino (ru laviegliu), per fare stringere le doghe. L'acqua si faceva
bollire in un grande caldaio sulla fornace del cortile e vi si mettevano dentro
pezzi di mele, pezzi di finocchio, foglie di lauro, un po' di nepitella, per
dare profumo alle botti. Giorni e giorni bisognava bagnarle e girarle, fino a
quando non sgocciolavano più. Ma spesso capitava che, mettendovi l'uva pigiata,
o il mosto, sgocciolavano. Correvo con un coltello appuntito e la stoppa per
riparare.
Le donne, anche quelle che non erano abituate
ad andare in campagna, erano addette a tagliare i grappoli e a metterli nelle
bigonce; alcune casalinghe avevano il compito di preparare i pasti per gli
uomini a colazione, pranzo e cena. Gli uomini trasportavano l'uva sugli asini
dai vigneti alle case. Sul basto dell'asino, con una fune si creavano due
semicerchi, uno da un lato uno dall'altro lato, a una giusta misura per potervi
infilare le bigonce e per poterle sfilare quando si dovevano scaricare. Si
chiamavano ri iàcculi. Se si facevano pochi centimetri più stretti,
diventava difficile sfilare le bigonce piene che pesavano circa mezzo quintale
ognuna; se si facevano pochi centimetri più lunghi, le bigonce piene
stringevano la pancia dell'asino che stentava a respirare. Pochi operai
sapevano fare bene quel marchingegno.
I falegnami erano indaffarati a sostituire
qualche doga, a stringere i cerchi alle botti, o a costruirne qualcuna nuova. I
fabbri provvedevano a forgiare qualche cerchio occorrente, oppure allargavano o
stringevano cerchi già esistenti. I ragazzi pigiavano l'uva con i piedi sui
tini o sulle matrelle legate sulle botti. Alcuni erano contenti perché
era per loro il primo lavoro e il primo guadagno. Da noi venivano a pigiare i
cugini Petuccio e Guido da San Giuliano. Altre volte veniva Giannino, oppure
Bernardino. Il tino aveva in alto un bordo di dieci centimetri, un piano
inclinato verso il centro e un'apertura quadrata, al centro del piano
inclinato, di quaranta centimetri di lato, con due portelli, uno a graticola
per fare scorrere il mosto nel tino mentre si pigiava, un altro tutto compatto
per chiudere il tino quando era pieno e la vinaccia doveva fermentare.
Sul tino si scaricavano due bigonce di uva,
oppure quattro, se gli asini che trasportavano l'uva erano due. Quando pigiavo
io ed aprivo il portello a graticola per spingere l'uva nel tino, avevo tanta
paura di scivolare sul piano inclinato e di finire dritto dentro al tino, come
è capitato un giorno a Lorenzo, il quale si salvò per un capello, aprendo le
braccia, già con tutto il corpo nell'uva pigiata nel tino quasi pieno. Dal tino
in fermentazione, si sprigionava una grande quantità di anidride carbonica, che
toglieva subito il respiro. Mia madre mi raccomandava sempre di fare attenzione
e di afferrarmi alla fune inchiodata appositamente sotto una trave.
Quando si vendemmiava ad Arauto con due asini
e si scaricavano sul tino quattro bigonce, bisognava saltellare alla svelta sui
grappoli, per pigiarli prima che arrivasse il viaggio successivo con altre
quattro bigonce. Il terreno era vicino al paese e gli asini impiegavano poco
tempo. Se non mi affrettavo a spingere nel tino l'uva pigiata sentivo i
rimproveri e le lamentele degli operai, i quali dovevano scaricare dagli asini
le bigonce piene e pesanti.
Le giornate si erano già accorciate e si
lavorava con tutta la sveltezza possibile. Per poter fare quattro viaggi in un
giorno, con la carretta da Maiorisi, nel pomeriggio del giorno precedente, si
andava a preparare le sette bigonce che poteva portare la nostra carretta, in
modo da trovarle pronte la mattina seguente e caricarle e subito partire. Si
riusciva così a fare due viaggi prima di mezzogiorno e altri due nel pomeriggio.
Quando arrivava l'ultimo viaggio, il quarto, era già notte.
Come si accarezzavano gli asini in quel
periodo! Si dava ad essi il fieno migliore e molta biada, più nutriente. Si
dava anche un misto di crusca, biada e carrube. L'asino percepiva la stessa
giornata dell'operaio, perciò si riteneva fortunato chi lo possedesse e potesse
impiegarlo durante la vendemmia. Quasi nessuno era disposto a fittarlo, per
paura che lo caricassero troppo e lo trattassero male e lo facessero stancare o
ammalare. Infatti si vedevano alcune povere bestie con i dorsi piagati, perché
il non proprietario non si era dato pensiero di mettere sotto il basto un panno
doppio piegato, oppure aveva fatto poggiare le funi direttamente sul dorso
dell'asino anziché sul basto. Diceva zio Davide: "Bisogna essere gelosi
dell'asino come della moglie."
Bisognava preparare il torchio per la
spremitura e le botti per metterci il mosto. Avevamo cinque botti in cantina;
dovevo riprendere dal fienile il fascio di tubi a gomito di latta e montarli,
dal cortile alle botti. Quando si spillava il mosto veniva trasportato, dal
cellaio all'ingresso della cantina con i quartaroni, recipienti di latta
di undici litri (ogni quartarone era un quarto del barile locale).
Avevamo un vecchio torchio, che si azionava con due barre di ferro, una più
corta per la prima spremitura, l'altra più lunga per gli ultimi giri della
vite. Lo aveva comprato mio padre a Teano nel 1925.
***
Nella seconda metà di ottobre e per tutto
novembre, si correva per la semina del grano. Dico si correva, perché le
giornate erano corte e pioveva spesso. Appena usciva buon tempo, bisognava
approfittarne. Il 18 ottobre, ricorreva San Luca e nostra madre ci ricordava il
vecchio proverbio: "Santu Gliuca, semmena ca Dio t'aiuta". Era
anche difficile avere i buoi a disposizione, perché tutti i giorni erano
impegnati, con prenotazioni in anticipo di una o due settimane. Da noi veniva
zio Angelo da San Giuliano oppure il cugino Pasqualino da Maiorisi.
Prima lavoravano il terreno col prussiano,
un grosso e pesante aratro di ferro con due ruote, una più grande che andava
nel solco, l'altra più piccola che andava sopra la terra non ancora smossa.
Dopo qualche giorno, o subito, appianavano le zolle con l'erpice di legno,
seminavano il grano e lo coprivano, facendo passare di nuovo sul terreno
l'erpice, tirato dai buoi. Se erano troppo impegnati sia lo zio sia il cugino,
venivano a seminare, con le loro vacche, Bartolomeo Cusano oppure Giovanni De
Marco. Era indispensabile in quei giorni, un operaio che, con la zappa,
smuovesse la terra intorno alle piante e al limite del seminato dove giravano i
buoi. Io e le mie sorelle aiutavamo, nostra madre era più impegnata per portare
la colazione e il pranzo e il fieno per i buoi e la semenza.
Se si preferiva seminare il grano a porche,
si lavorava il terreno con l'aratro di legno, tracciando le prime porche; poi
queste venivano spaccate, si seminava il grano e, per coprirlo, sulle porche si
passava un leggero erpice di legno, detto battarella, oppure, se il
terreno era asciutto e sciolto, era sufficiente una corta scala a pioli, che
poteva essere tirata anche dall'asina. Spesso toccava a me spianare le porche
con la scala. La sera, nel timore che durante la notte piovesse forte, e
rovinasse il seminato non ancora sistemato bene, si lavorava finché si faceva
buio. E la mattina seguente bisognava uscire presto, prima che sorgesse il
sole.
Spargere i chicchi di grano sul maggese era
un mito; aveva davvero, in quei tempi, qualcosa di sacro. Non era facile spargere
i chicchi in modo uniforme, né troppo folti né troppo radi. Si vedeva poi
quando nascevano, se erano stati seminati bene, a debita distanza. Il
seminatore, con un cinghia sulla spalla, si fissava davanti un particolare
cestino col grano e lo teneva fermo con la mano sinistra, con la destra
prendeva un pugno di grano e lo spargeva, in un gesto esperto e ritmato. Il
segreto era nell'aprire la mano nella giusta misura e nel fare scorrere i
chicchi fra le dita. Chi seminava doveva fare anche molta attenzione, per non
mandare la semenza su quella sparsa in precedenza. Zio Angelo mi fece provare
la prima volta a guidare i buoi con l'aratro, sia quello di ferro, sia quello
di legno, molto più difficile, e mi fece provare, per la prima volta, a
seminare il grano.
Andai a Maiorisi, alla massaria di
Mesolella tenuta in affitto da Peppino Mancino per pregarlo di venire a
seminare. Zio Angelo stava troppo lontano, a San Giuliano, per venire a
seminare da noi a Maiorisi; Zio Antonio aveva comprato il grande mulino sul
Savone e il cugino Pasqualino si era dedicato al mulino e non andava più con i
buoi. Andai a piedi, scendendo per Le Forme e salendo poi per la massaria
dei Guarriello di San Marco.
Da Peppino c'erano tre cani e cominciarono ad
abbaiare. Mi fermai a distanza e chiamai. Si affacciò una donna e mi disse che
Peppino stava ad arare con i buoi presso la ferrovia. Presi lo stradone e
raggiunsi Peppino, il quale, vedendomi, diede la voce ai buoi e li fermò.
Piantò sul maggese la stannatora e disse che aveva già capito che cosa
andavo a chiedere. Fece un lungo discorso per spiegarmi che una settimana non
gli bastava per seminare il suo terreno e che la prossima settimana l'aveva già
impegnata con altre persone. Ad ogni modo, ci avrebbe tenuti presenti. Riprese
ad arare ed io gli camminavo a fianco ascoltandolo e osservando come regolava
la profondità del solco con la pressione delle braccia sulle stegole. Mi
sorprendeva come il vomere, tutto lucido, rovesciava uniformemente le zolle.
Cominciava già la raccolta delle olive.
Ragazzi e ragazze, con panieri di vinchi, andavano alla giornata a raccogliere
le olive. Operai specializzati andavano alla giornata a bacchiare gli olivi,
perché alcune piante tardavano molto a far cadere naturalmente le olive. Se il
tempo era umido, le olive cadevano più facilmente; se spirava un filo di
tramontana, era difficile e faticoso farle staccare. Passare otto-nove ore al
giorno sui rami contorti degli olivi e agitare con forza la sfrustarella,
un lungo bastone di legno resistente e flessibile, fra le cime per far cadere
le olive, non era certo comodo né divertente. Ci si sentiva le gambe come
rattrappite e le braccia indolenzite. Né era comodo raccogliere le olive sul
terreno freddo, spesso ghiacciato e cosparso di fastidiosi cespuglietti d'erba.
Venivano a raccogliere le olive, insieme alle
mie sorelle, i cugini Ermelindo, Lindoro, Ernesto, Amedeo (figli di zia
Mariafelice), oppure venivano i cugini di San Giuliano Guido e Pietruccio
(figli di zia Annetella). Altre volte, venivano Filomena Corea, Carminella
Pecorone, Melinda Iannotta. Bisognava raccogliere anche le ghiande, che
servivano per mangime ai maiali; in parte si mettevano al forno e si
conservavano secche su nel fienile. A Solviano c'erano secolari querce da
frutto.
Si raccoglievano le castagne. Si mangiavano
sbucciate e lesse, con sale e foglie di lauro; si mangiavano a ballotte (ri
vàlleni) o a caldarroste (le vrole); in maggior parte si infornavano
e si conservavano per tutto l'inverno. Appena le cacciavamo dal forno, ben
calde, erano tenere e squisite; le mettevamo in un grande cesto (ru
cestriegliu) e si conservavano calde per qualche giorno.
Mentre stavo a pascolare i maialetti a
Solviano, dove c'erano molti castagni lungo il rivo, affondavo qualche metro in
un solco, vi accendevo un gran fuoco, aspettavo che si formasse la brace, vi
spolveravo sopra un po' di cenere, vi mettevo ad arrostire le castagne e le
coprivo con cinigia e carboni. Dopo una mezz'ora, le castagne sprigionavano un
gradevole profumo e, ben cotte, erano davvero saporite: avevano un sapore
intermedio fra le caldarroste e le castagne al forno.
Accanto al pozzo di sopra, a Solviano, avevo
costruito, per gioco, un piccolo forno, con pezzi di vecchi mattoni e fango di
argilla: ce n'era tanta, giù al rivo. Una sera, dopo il lavoro della giornata,
stavamo seminando il pascone nella vigna, io e i miei cugini Petuccio e Guido
raccogliemmo un fascio di rametti secchi di quercia, li accendemmo nel piccolo
forno e, quando ci parve ben caldo, vi mettemmo un paniere di castagne e
chiudemmo con un mattone. Dopo circa mezz'ora, assaggiammo le castagne e ci
parvero buone. Una parte le mettemmo nel paniere, avvolte in un panno, e le
portammo a casa. Erano ancora calde, e in famiglia stentavano a credere che le
avevamo cotte nel piccolo forno.
Fu l'occasione per ricordare che, quando
Giuliano di San Giuliano era venuto a scavare quel pozzo, una mattina aveva
ripreso a scavare, mentre mio padre tirava su la terra col cesto. A
mezzogiorno, mia madre aveva portato il pranzo e aveva chiamato Giuliano per
farlo salire. Giuliano non saliva, girava torno torno sotto il pozzo e non
saliva. Piuttosto sbadato e fanfarone, non si era accorto di avere allargato il
pozzo a tal punto, che le sue gambe non riuscivano a toccare le fossette
laterali per salire. Si dovette calargli una scala con la fune.
A Solviano, poco lontano dall'aia, c'era un
castagno plurisecolare. Lo chiamavamo la pezzutella. Era il castagno che
faceva le migliori castagne della zona. Svuotato completamente all'interno, il
tronco diventava ogni anno dimora dei calabroni, di cui avevo tanta paura.
Provammo più volte a scacciarli col fuoco, ma dopo alcuni giorni ritornavano.
Una mattina, molto presto, prima che cominciassero ad uscire, zio Antonio
fabbricò il buco con malta e pezzi di coppi. I calabroni aprirono un passaggio
tra la malta e il legno.
***
Era il tempo di macinare le olive al frantoio
che avevamo a San Giuliano. Capitava che dovevo preparare io la pasta da
mettere nei fiscoli per la spremitura. Il frantoio era fatto di due locali, il
primo, grande, in cui stava il pozzetto dell'olio e la gigantesca vite, fissata
sotto un gigantesco tronco di quercia squadrato, appoggiato su due colonne
laterali. Nel secondo locale, più piccolo, avevano costruito al centro il
grande basamento con basoli di pietra vulcanica, su cui girava, tirata da un
asino bendato, la grande macina che schiacciava le olive. Una prima volta le
schiacciava, e bisognava disporre a cerchio al bordo del basamento quella
specie di poltiglia. Dopo, una mezza palata per volta, con somma pazienza,
bisognava ripassarla sotto la macina per ridurla in pasta. E la lucerna, appesa
alla stanga che girava, creava un gioco interminabile di ombra e di luce,
nascondendosi ad ogni giro dietro la macina e poi riaffacciandosi; e la stanga,
ad ogni giro, aveva uno scricchiolio particolare, e l'asina bendata girava,
girava. Veniva il capogiro e una grande sonnolenza.
Si macinava una pila per volta. La pila era
fatta di sette cesti, circa un quintale e mezzo. Quando tutta la pasta era
pronta, si fermava l'asino, gli si toglieva la benda e lo si metteva a riposare
nella stalluccia. Il frantoiano metteva la pasta nei fiscoli e li sistemava in due
colonnine uguali sotto la vite, che rimaneva alzata in alto. Poi la si
abbassava e il tavolone di sei centimetri su cui poggiava cominciava a premere
sulle due colonnine dei fiscoli. Tutti i presenti guardavano l'olio che
gorgogliava in piccoli getti e scendeva a rccogliersi nell'apposito canaletto e
scompariva nel pozzetto, accuratamente coperto. Momento delicato era l'apertura
del pozzetto, per attingervi l'olio: il frantoiano, esclusivamente lui poteva
svolgere quella funzione, assumeva l'aspetto di un sacerdote.
Il lavoro nel frantoio non si interrompeva
mai, perché nella zona intorno a San Giuliano c'erano molti oliveti e le olive
da macinare erano tante. Per la raccolta scarseggiava la manodopera e da San
Giuliano, e anche da Cappelle e da Fontanelle, i proprietari scendevano a
Casale e chiamavano a giornata gruppi di ragazze. Era nota la sveltezza di
alcune e la lentezza di altre; quelle svelte trovavano facilmente lavoro. Si
distinguevano, per la rapidità con cui riempivano il paniere, Italia Iannotta e
Clmentina Torrico, detta Ntinozza. Italia sposò poi un sangiulianese, Davide
Passaretti, e andò a vivere a San Giuliano.
Nel lastrico della grande stanza sopra il
frantoio era stato praticato un buco in un angolo e da quel buco si facevano
scendere le olive, che erano state messe ad asciugare. Si formava nell'angolo
del frantoio un grande mucchio, da cui si riempivano i sette cesti della pila e
si versavano in una tinozza accanto al basamento della macina. L'addetto alla
macinazione, io quando macinavamo le olive nostre, con una grande pala di
legno, vi attingeva una mezza palata per volta e cibava (così si diceva),
cibava la macina che girava. Bisognava spingere le olive con attenzione e tirar
via alla svelta la pala, altrimenti, trac!, e la macina spaccava la
pala.
Mio padre era un lavoratore nato,
appassionato e capace in tutto ciò che c'era da fare. Era conosciuto nel paese
e nella zona come una brava persona, buona e onesta, che trattava bene gli
operai, con rispetto e riconoscenza. Pagava anche bene e non lesinava mai sulla
giornata, come facevano alcuni. Quando ero piccolo, si interessava lui di tutti
i vari lavori, in campagna e in casa. Tanto più curava l'andamento del frantoio
a San Giuliano, la macinazione delle olive e il trasporto e la conservazione
dell'olio. Avevamo grandi brocche di creta a due anse, che venivano riempite al
frantoio e sistemate ai lati della sporta sull'asina. Si adoperavano
esclusivamente per trasportare e conservare l'olio. Per l'olio avevamo nella
dispensa anche due ziri grandi e uno piccolo, poggiati su appositi
supporti di legno. Col freddo di gennaio e febbraio, l'olio diventava tutto un
pezzo bianco e sembrava sugna.
Mio padre, Giuseppe Napolitano, era nato a
San Giuliano di Teano, il quindici agosto del 1872, da Pasquale Napolitano e da
Rosa Narducci. Aveva tre sorelle: Giuseppella, Mariuccia, Annetella, e tre
fratelli: Antonio, Angelo, Tommaso. Aveva sposato mia madre, Carolina Rossi di
San Donato di Carinola, la quale era figlia di Francesco Rossi e di Clementina
Rotunno, e aveva una sorella, Mariafelice, e quattro fratelli: Feliciano,
Amerigo, Pasquale, Michele. Da San Giuliano, i miei genitori si erano
trasferiti a Casale, perché zio Nicola, fratello di mia nonna paterna, avendo
perso nella spagnola del diciotto i due giovani figli, seminaristi al
seminario di Sessa, donò a mio padre, suo nipote diretto, la casa e il terreno
a Solviano.
La mia prima sorella Rosa rimase a San
Giuliano, in casa dei nonni, per assistere la vecchia e disabile nonna Rosa.
Poi si sposò con Girolamo Tammelleo, sangiulianese, e rimase a vivere a San
Giuliano.
Quando mio padre morì, il quindici aprile del
1927, avevo tredici anni. Sentii crollarmi il mondo addosso. Mancando la
solerte guida di mio padre, toccava a noi, mia madre, io e le mie sorelle,
prendere la guida dell'azienda agricola e della casa. Mia madre era avvilita,
io ero disperato e non mi sembrava possibile tirare avanti. I petali variopinti
delle belle corolle dei sogni scolorivano, appassivano, si rattrappivano,
cadevano. Il vento li disperdeva. Vedermi avanti agli occhi mia madre e le mie
sorelle tutte vestite di nero, a lutto, mi dava una pena che mi portavo dentro,
compressa e lacerante. Mi chiedevo, senza trovare una risposta, mi chiedevo che
cosa sentisse, che cosa provasse la mia sorellina Angelina, di sette anni, un
fiorellino vestito a lutto.
Quando moriva una persona, si usava che i
parenti portassero alla famiglia del defunto il cosiddetto cuónsulu,
cioè un pasto caldo, per evitare che la famiglia dovesse cucinare per mangiare.
I parenti si mettevano d'accordo su chi dovesse andare il tale giorno o in
altro giorno. I parenti più stretti portavano il cuónsulu la sera stessa
del funerale: un piatto di pastina in brodo, carne lessa e qualcos'altro. Piano
piano, però, il cuónsulu divenne un pranzo da grande festa; e si faceva
a gara per portare le migliori pietanze e nessuno voleva essere inferiore agli
altri. A me dava un fastidio enorme dover mangiare quel cibo. Notavo che lo
stesso fastidio sentivano mia madre e le mie sorelle.
C'erano famiglie che, uscito il morto da
casa, per una settimana non accendevano il fuoco e, addirittura, qualcuna non
apriva neppure le finestre: dicevano che era un rispetto per il defunto. I
parenti più larghi si mettevano d'accordo per portare il caffè. Ogni mattina,
una parente si presentava insieme a Ngiulinella la bigliardera (Angela
Marrese moglie di Emilio Ullucci), la quale portava una grande caffettiera
piena di caffè, un vassoio con le tazzine e due pacchetti di biscotti. I
coniugi Ullucci-Marrese gestivano un bar in Piazza Monumento e avevano l'unico
bigliardo del paese.
La medicina del tempo è la migliore medicina
nelle sventure; non che riesca a cancellarle, ma le allevia, le cicatrizza. Via
via che gli anni passavano, mi appassionai ai diversi lavori, alle piante, ai
vigneti, agli innesti, e divenni un buon agricoltore. Innestavo dalle rose ai
castagni, e viti, pèschi, susini, meli, peri, fichi, olivi, ciliegi,
albicocchi, a spacco, o occhio, a fischietto, a corona, a spacco inglese, a
doppio spacco inglese. Ad Arauto provai ad innestare persino due lupini
selvatici, con i lupini grandi (ri pullecani). Attecchirono e fecero due
ciocche normali. Salvatore e Paoluccio venivano a pompare e si meravigliavano.
Potavo le viti, zappavo il terreno, piantavo i castagni sui ciglioni dei rivi,
seminavo il grano, battevo il grano col correggiato, preparavo il tino e le
botti per la vendemmia, spillavo il mosto e preparavo le botti in cantina.
***
Nel 1929, una mattina, dovevamo andare a
Maiorisi a cogliere i fichi, io e Giannino Corea. Preparai panieri, uncini e
funelle; cacciai l'asina dalla stalla e le misi i finimenti per attaccarla alla
carretta. Mia madre stava preparando il pane per il giorno; mi chiamò e mi
disse di andare a bagnare le botti grandi nel cellaio, perché fra pochi giorni
dovevamo vendemmiare. Tirai un secchio d'acqua dalla cisterna, presi una scopa
e andai nel cellaio, seguito da Giannino. Gli diedi secchio e scopa e salii su
una delle botti. Giannino mi allungò secchio e scopa e bagnai bene la botte.
Dopo, ridiedi secchio e scopa e mi accingevo a scendere; scivolai su un cerchio
bagnato e mi trovai a terra con una tibia spezzata.
Chiamarono subito il medico don Enrico Ruosi,
il quale mi visitò e disse che per il momento non c'era niente da fare. Mi
lasciò a strillare e a lamentarmi per due giorni e poi mi ingessò la gamba.
Vennero le donne del vicinato, vennero i parenti da San Giuliano, vennero i
parenti da Casale, venne zio Angelo da Sessa. Tutti chiedevano che cosa fosse successo
e come era successo. Seppi dopo un paio d'anni, dalle mie sorelle, che quella
mattina nostra madre mi aveva detto di andare a bagnare le botti per ritardare
la nostra partenza per Maiorisi. Durante la notte c'era stata pioggia e i rami
dei fichi erano bagnati. Dovendovi salire, sarebbe stato facile scivolare e
cadere. Che cosa si muove nel nostro subconscio non lo sappiamo, e forse non lo
sapremo mai. Caddi dalla botte, per il timore di mia madre che cadessi dai
fichi.
Molte volte mi è capitato di pensare di
essere ancora vivo, per l'errore di don Enrico, il quale mi ingessò la gamba
mettendo il pezzo della tibia, attaccato al piede, non in corrispondenza della
tibia della gamba, ma spostato di lato di qualche centimetro. Il dolore mi era
insopportabile, e strillavo notte e giorno. Richiamarono il medico. Pensando di
aver fatto la fasciatura troppo stretta, da impedire la normale circolazione
del sangue, don Enrico si fece dare una forbice da puta, e tagliò da un lato il
gesso. Il dolore continuò, per il semplice fatto che l'osso rotto non stava in
corrispondenza dell'altro. Si formò così un callo osseo deforme che sporgeva
visibilmente dalla gamba. Quando fui chiamato alle armi, era già cominciata la
seconda guerra mondiale; mi presentai al distretto di Caserta. Un capitano
medico mi visitò e mi assegnò al 31° Fanteria. Gli feci notare il callo osseo,
mi rimproverò per non averglielo detto prima, e mi passò alla 35^ Sanità di
stanza a Palermo. La mattina seguente, scendemmo nel cortile dalle camerate e notammo
che molti compagni del giorno precedente non c'erano più. Ci dissero che prima
dell'alba il 31° Fanteria era partito per il fronte greco-albanese. Seppi più
tardi che il reggimento aveva subito una vera carneficina: soltanto pochissimi
soldati si erano salvati. Sarei tornato? Mi sarei salvato? Domanda senza
risposta. Io e i miei compagni, assegnati alla Sanità, partimmo il giorno
stesso per Palermo.
A Palermo c'erano quasi ogni giorno partenze
per l'Africa. Prima di partire, i soldati venivano visitati. Il capitano medico
che mi visitò, vedendo il callo osseo deforme alla gamba destra, non mi fece
partire. Un'altra occasione si presentò alla Scuola Paisiello di Napoli. Facevo
parte di un gruppo di complementi, mobilitati per il fronte, destinazione ignota.
Alla immancabile visita medica, alcuni furono fatti partire per la Russia,
altri, compreso me, sempre per il callo osseo deforme alla gamba, fummo spediti
all'isola di Creta. Sarei tornato dalla neve e dal freddo della Russia? Domanda
senza risposta. All'isola di Creta, invece, lo stesso inverno non era freddo, e
a fine gennaio c'erano i mandorleti fioriti in un candore meraviglioso. E non
c'erano combattimenti. Alloggiavamo in tranquilli paesi occupati.
***
Un disagio che mi pesava era la vecchia usanza
di distribuire ai presenti un assaggio del proprio companatico, quando a
mezzogiorno con gli operai mangiavamo in campagna. Capitava che una donna
portava un cantuccio di pane e due alici salate. Se eravamo in quattro persone,
divideva un'alice in tre parti e ne dava un pezzetto ciascuno. Per sé rimaneva
l'altra alice. Certi giorni nostra madre metteva nell'involto i pomodori secchi
fritti, e io non sapevo come dividerli. Capitava anche che qualcuno portasse le
bucce di fichidindia, seccate e poi fritte con pochissimo olio in una padella
di ferro non stagnata. Sapevano di ferro ed erano dure come il cuoio. Con che
coraggio dovevo ingoiare quella che mi davano; né potevo buttarla, sarebbe
stata una grave offesa a chi l'aveva offerta.
Una mattina andai a Madonna delle Grazie a
sfoltire i polloni dei ceppai dei castagni, lungo la ripa sul rivo. Era una
giornata fredda, soffiava la tramontana e ogni tanto spingeva un po’ di
nevischio. In alcuni punti il pendio della ripa era scosceso e bisognava
muoversi con prudenza sulle foglie bagnate e scivolose, che celavano fossatelli
pericolosi. Avevo una ronca affilata e lavoravo alla svelta per sentire meno
freddo. Ogni tanto, la frustata di vinco mi dava una fitta sulle mani, o,
peggio, sugli orecchi.
Stavo passando da una ceppaia all'altra,
quando mi scivolò un piede e ruzzolai verso il rivo, fra i vinchi che mi
sferzavano il viso. Mi correva veloce nella mente il pensiero che al termine
della ripa c'era uno strapiombo di quattro metri sul rivo e che nel greto del
rivo c'erano macigni di pietra lavica. Sentii un forte colpo in un fianco e mi
trovai fermo, disteso su una piccola sporgenza della ripa, trattenuto da un
giovane carpino. Presi fiato e guardai le grosse pietre, che forse mi stavano
aspettando ed erano rimaste deluse. Sentivo il fianco ammaccato e dolorante, ma
guardai con gratitudine il carpino che mi aveva fermato.
Una sera tornavo da Solviano con un gruppo di
potatori. Davanti alla casa dei Taffuri, incontrammo il parroco Bianchini e il
maestro don Pasquale Aurilio, i quali facevano la passeggiata serale. Saluti di
convenienza e inchini da parte degli operai. Dopo alcuni passi, patino
Ciummetiegliu sbottò: "Chella è vita!"; alludendo allo
stipendio che percepiva il maestro, trecento lire al mese. La giornata
lavorativa degli operai agricoli era salita da quattro a cinque lire. Raramente
gli operai agricoli riuscivano a lavorare cinque o sei giorni nella settimana,
spesso trovavano lavoro per tre o quattro giorni, o, peggio, stavano
disoccupati.
Improvvisamente, Giaco si mise davanti ai
compagni, con le braccia aperte per fermarli, e disse: "Ci pensate? Anche
la domenica il maestro prende dieci lire. Noi, niente". Prese fiato e
aggiunse, come se dovesse fare una rivelazione originale: "Ci pensate? La
mattina di Pasqua, don Pasquale si sveglia e trova dieci lire ammaturate
sott'a ru cuscinu". Intervenne Salvatore e precisò: "Ma il
parroco guadagna molto di più, tra la rendita delle terre della parrocchia, le
messe a pagamento e i matrimoni e i battesimi e le feste e i funerali".
Più volte avevo sentito dire che per le feste in paese, con la immancabile
processione, il parroco chiedeva in anticipo alla commissione una taglia
pesante, altrimenti non dava l'autorizzazione per la festa. Spesso mi tornò in
mente quella sottile e fantasiosa immagine delle dieci lire ammaturate
sotto il cuscino la mattina di Pasqua.
***
Per avere un'idea della enorme distanza, a
cui si era abituati e rassegnati da secoli, nel paesi del Sud, tra chi stava in
basso e chi stava in alto, tra chi si doveva sporcare con la terra, come si
diceva, o che comunque esercitava un mestiere povero, e chi aveva uno stipendio
fisso o, meglio, poteva vivere di rendita, si ricordava il caso di Concetta
dell'Ariavecchia.
Era d'estate. Il duca Ettore Carafa, duca
d'Andria, era venuto a passare un certo periodo, con la famiglia, alla masseria
di sua proprietà. Concetta, affittuaria, per non sentirsi a disagio a cucinare
insieme alla duchessa, ed anche per darle maggiore libertà, aveva messo tre
pietre davanti alla masseria, vi aveva acceso in mezzo il fuoco e aveva messo a
cuocere un pignato di fagioli per il pranzo. A mezzogiorno, prese il pignato
con i fagioli cotti e stava per rientrare in cucina. In quel momento, la
duchessa uscì sulla porta e disse: "Chiamate Ettore". Il duca era
andato a vedere i castagni da tagliare sul rivo. La duchessa notò che Concetta
non aveva capito e, senza ripetere la parola chiamate, disse soltanto, e con
voce piuttosto imperiosa: "Ettore, Ettore!" Concetta gettò il
pignato, che andò in pezzi, e i fagioli cotti si sparsero nella polvere. La
duchessa sbarrò gli occhi e chiese perché lo avesse buttato. Concetta, al posto
della parola Ettore, aveva capito iètteru, cioè gettalo, e, per rispetto
alla signora duchessa, aveva gettato il pignato con i fagioli cotti. Ogni
tanto, anche mia madre raccontava il caso di Concetta, sorrideva e aggiungeva:
"Con tutto il rispetto per la signora duchessa, io il pignato di fagioli
già cotti non l'avrei buttato".
Aitanu Corea veniva da noi a tagliare i castagni dei ceppai, servivano come
pali per le viti; veniva a tagliare qualche quercia per la legna. Quando
tagliava i castagnuoli di otto-nove anni, li abbatteva con due colpi, uno da un
lato, uno dall'altro lato. Aveva una scure di circa due chili, affilatissima.
Ogni tanto, durante il lavoro, cacciava dalla tasca una pietra a smeriglio (la
usciarella) e affilava la scure. Sorrideva e diceva che alla scure
bisognava lavare la faccia. Si compiaceva di far notare agli astanti che con la
lama della scure si tagliava un po' di peli sul polso.
Aitanu veniva sempre ad aiutare quando dovevamo scendere o salire una botte
dalla cantina, quando c'era da spostare una delle grani botti nel cellaio,
quando si scannavano i maiali. Un giovedì aveva bisogno di andare al mercato a
Sessa e ci chiese in prestito l'asina e la carretta. Mia sorella Palma disse
che ci doveva andare anche lei al mercato a Sessa. Partirono, Aitanu
seduto sulla selletta davanti e la moglie Cecilia e mia sorella Palma al
centro. Alla fine della discesa di Cascano, prima del ponte di Sant'Agata,
l'asina, con uno spruzzo forte ed improvviso, impiastricciò la giacca e i
pantaloni di Aitanu, il quale, per l'occasione, aveva messo il vestito
nuovo. Fermarono la carretta, scesero. Cecilia raccolse un fascetto di felci in
una cunetta e cercò di pulire il marito che puzzava. Ripartirono. La puzza
persisteva. Mentre attraversavano Sant'Agata, un altro spruzzo. Si fermarono.
Cecilia, previdente, aveva appoggiato sulla carretta un altro mannello di felci
e cercò di utilizzarli. Mentre passavano nel mercato a Sessa, la gente guardava
e si stringeva il naso con la mano.
***
Ai primi di dicembre, e più verso la metà del
mese, gli operai discorrevano tra di loro come avrebbero passato il prossimo
Natale, come le mogli e le madri avrebbero preparato il cenone della sera della
vigilia. Discorrevano del pranzo del giorno di Natale, dell'agnello al forno
con le patate, di una speciale bottiglia di malvasia, appositamente conservata,
delle castagne che avevano messe in cantina nella sabbia, per farne le
caldarroste. Parlavano di maccheroni e di ragù, di zeppole e galani, di auciati
e mostaccioli, parlavano dei vari falò, che i giovani stavano preparando nei
quartieri.
Se ne faceva uno ai Vignali, uno al Vico, uno
alla Merta, uno davanti alla chiesa. Nasceva una specie di tacita gara tra
quelli che preparavano i falò: ogni gruppo cercava di farlo più grande degli
altri, e durante la notte giravano con un carretto per le campagne e
raccoglievano tutta la legna che trovavano e tronchi secchi, ceppi, travi. Se
avevamo su un terreno tronchi da segare per farne tavole o doghe, li portavamo
in casa nei cortili, per timore che li prendessero per i falò.
Nel pomeriggio della vigilia, trascinavano
sul posto il materiale raccolto e chiamavano un carbonaio, al quale affidavano
l'incarico di comporre con arte il falò. Il carbonaio metteva prima alcuni
fasci di paglia, sopra vi metteva le fascine di sarmento, poi la legna piccola,
sopra i tronchi più grandi e, in ultimo, i grossi ceppi, facendosi aiutare a
sollevarli. Appena dava fuoco, si sprigionavano fiamme altissime, e la gente che
si era radunata intorno batteva le mani con ovazioni di gioia. Alcuni ragazzi
si divertivano a gettare tra le fiamme i piccoli petardi, che scoppiavano e
sollevavano colonne di faville.
Qualche vecchio brontolone, quasi che essere
contenti potesse considerarsi una specie di irriverenza a Dio, non dimenticava
di ricordare il proverbio "Prima Natale, nu friddu, nu fame; roppu
Natale, friddu e fame".
Dopo Natale, gli operai raccontavano come lo
avevano trascorso, come avevano mangiato, come si erano divertiti. Elencavano
parenti e amici che avevano tenuto buona compagnia, e avevano partecipato al
tradizionale gioco della tombola. Intanto, discorrevano di come avrebbero
passato il prossimo Capodanno e dei programmi per l'anno nuovo. Antonio Cipro
osservava: "Tuttu ru iuornu zappammu e mangiammu pane e rapeste; po ve'
Natale, ve' Pasqua, ve' Santu Marcu, stammu a spassu, e mangiammu carne e
maccaruni". Voleva dire che gli sembrava ingiusto tutto quello spreco
di ben di Dio e il rimpinzarsi nei giorni di festa, e poi per mesi e mesi dover
lavorare e dover masticare un tozzo di pane e un po' di olive.
La vigilia di Capodanno, si usava dare gli
auguri a parenti, ad amici, a conoscenti. Venivano a casa nostra la famiglia di
zia Mariafelice, la famiglia di zia Mariuccia, gli operai che più
frequentemente lavoravano da noi. Si alimentava un gran fuoco, si prendevano le
castagne secche da mettere sotto la cinigia, si metteva sulla tavola
l'immancabile bottiglia di vino, si giocava a tombola, le persone anziane
raccontavano tante vicende della vita di campagna.
Alcuni anni, la sera di San Silvestro, ci
riunivamo un gruppo di amici e andavamo a San Giuliano, a dare gli auguri ai
parenti. Per la strada soffiava una gelida tramontana che sembrava volesse
graffiarci il viso. Alzavamo il bavero del cappotto, calcavamo la coppola in
testa, ci curvavamo davanti, perché la tramontana ci sferzava proprio di
fronte. Molte cose inutili, a volte dannose, fa fare la giovinezza. Invece di
starcene in casa, al calduccio accanto al fuoco, andavamo nel buio, sotto le
stelle, in quel freddo pungente.
Dopo l'Epifania, il sei gennaio, spesso si
sentiva ripetere il vecchio proverbio: "La Befana, femmene filate, ca
le feste su' passate". Ma non si voleva dire soltanto alle donne di
riprendere le faccende domestiche, si voleva ricordare a tutti che bisognava
lavorare, lavorare sempre, quasi fosse stato un peccato avere smesso per
qualche giorno di festa.
Stavamo potando a Solviano. Salvatore
controllava i pali se si reggevano bene. Alcuni dovevano essere sostituiti e
con la vanghetta scavava la buca. Io portavo i pali occorrenti, dal mucchio sul
ciglio della ripa, dove nei giorni precedenti li avevo scorteggiati, perché
senza la corteccia duravano di più. Paoluccio attaccava i tralci ai pali con i vinchi
d'olmo ritorti. Nella vigna c'era un olivo isolato, che da molti anni non era
stato potato e si era caricato di rami e frasche. "Questo olivo avrebbe
urgente bisogno di essere potato", osservarono insieme gli operai. Dissi
che era stato trascurato, perché era una pianta isolata, e zi' Antimiegliu
di San Bartolomeo, un esperto potatore di olivi, il quale proprio in quei
giorni era stato a potare l'oliveto a Madonna delle Grazie, non aveva avuto
tempo di recarsi a Solviano.
Terminata la sostituzione dei pali, Salvatore
si mise ad attaccare insieme a Paoluccio. Io andai alla masseriella, presi una
scala a pioli, l'appoggiai al tronco dell'olivo, piuttosto alto, e salii. Avevo
portato una leggera accettolla, col manico infilato nella cintura. Cominciai a tagliare
i rami superflui ma, come fu come non fu, il manico mi sfuggì di mano e
l'accettolla cadde e si conficcò con la lama nel terreno sottostante.
Salvatore e Paoluccio stavano pochi passi
lontani. Paoluccio guardò e tentennò il capo, Salvatore osservò: "E se per
caso qualcuno di noi si fosse trovato a passare lì sotto?" Rispose
Paoluccio: "L'accettolla gli avrebbe spaccato la testa". Mi sentii
fortemente umiliato da quella mia distrazione. Mogio mogio scesi a riprendere
l'accettolla, e mi domandavo in silenzio come fosse accaduto, consapevole del
rischio che mi era capitato, per fortuna senza conseguenze.
***
Dopo una giornata di lavoro nella vigna, una
sera tornavamo da Maiorisi sulla carretta, stanchi e infreddoliti, io, mia
madre e mia sorella Fiorenza. Era stata una giornata rigida, con vento e
nevischio. Arrotolati nei nostri panni, io sedevo sulla selletta davanti e
guidavo l'asina, mia madre al centro, Fiorenza dietro. Arrivammo alla stazione
di Maiorisi e due carabinieri ci fermarono. Guardarono le targhe fissate sulla
stanga e dissero che eravamo in contravvenzione, perché una targa non era
chiaramente leggibile.
"Non facciamo storie" dissero.
"Siete in contravvenzione. Dateci nome, cognome e indirizzo. O pagate
subito o verrete a pagare in caserma". Mia madre cominciò a pregare, a
implorare: "Veniamo dalla campagna, dal lavoro. Sono rimasta vedova.
Perdonateci almeno per questa volta". Non capivo di che cosa dovevamo
essere perdonati. La tassa l'avevamo pagata, e la targa c'era, inchiodata sulla
stanga. I carabinieri ci guardavano, con autorità e con disprezzo, come se
fossimo dei malfattori. Avevano facce ferrigne, avevano i fucili. Si sentivano
forti e sicuri di fronte a una popolana vestita di nero e a due bamboccetti
impauriti dalle loro divise luccicanti.
Cercavo di spiegare che la targa si leggeva,
anche se in un angolo era comparsa un po' di ruggine. La gola mi si ingroppava,
sentendo mia madre che continuava a pregare con voce umile e commossa:
"Torniamo dalla fatica in campagna; soldi non ne portiamo; non facciamo
male a nessuno". Mia sorella piangeva, in silenzio. L'asina batteva gli
zoccoli sulla strada. Forse capiva di più.
Il giorno dopo, dovetti recarmi a San Marco,
a pagare la contravvenzione. Poi mi portai al terreno a Maiorisi, dove stavano
zappando nella vigna Antonio Cipro e i figli Maria, Terigio e Giulietta. Si
parlò dell'accaduto. Mi colpiva quel sospirare lungo e significativo di
Antonio, un lavoratore tanto buono e onesto: "Ah, figli miei, voi ne
sapete ancora poco della legge!"
Intanto, mettevo i lupini intorno alle viti
e, nella mia inesperienza, cercavo di immaginarmi la legge; ma davanti ai miei
occhi vedevo soltanto le facce ferrigne dei due carabinieri, che ingiustamente
avevano umiliato mia madre e avevano fatto piangere mia sorella.
Note biobibliografiche su Nicola Napolitano