Casale di Carinola

Ceneri della memoria

 Scarse ed imprecise sono le notizie che riguardano Casale, dovute essenzialmente alla penna notarile del carinolese Luca Menna, stampate nel 1848 (Saggio Istorico della Città e Diocesi di Carinola -Tipografia del Reale Morotrofio - Aversa - 1848).

Si ricava da esse che Casale "pare" sia nato da un originario villaggio denominato "Vignali, che è antichissimo e così detto per le molte viti ivi piantate". Crescendo la popolazione fu poi costruita la parte chiamata Casale di Mezzo e "aumentandosi in proseguo un maggior numero di abitanti fu edificata l'ultima parte chiamata S. Janni il cui ingrandimento, debba credersi, seguì dopo il 1656" a causa di una peste che colpì un villaggio di nome S. Janni, a Ponte Campano. Gli abitanti di quel villaggio, per scampare al contagio vennero "ad unirsi con gli abitanti di Casale ed aumentò quest'ultimo paese di quella parte detta appunto S. Janni, in memoria di quello già distrutto dalla peste". Questi tre villaggi, Vignali, Casale di Mezzo e S. Janni "posti in un medesimo sito, sebbene divisi in tre parti, pare che furono aggregati da una sola Parrocchia, ed essendone formato un solo popolo ed un solo villaggio, ne nacque la parola generica Casale, che tuttora conserva... Trovasi edificato quasi ad un miglio dalla Regia Strada, ivi si respira aria buona, rattrovandosi situato sopra una collina, che presenta una vista molto amena per tutta la spaziosa campagna...".

Fu a causa dell' "aria buona" che agli inizi dell'800 la sede della giustizia Regia del Circondario di Carinola "abusivamente è stata nel Villaggio di Casale sul pretesto di essere luogo di aria buona, che non lo era Carinola... i casalesi non contenti di tenere seco la sede di detto Regio Giudicato tentarono di far dichiarare Casale Capoluogo Circondariale spogliando Carinola dei privilegi ad essa conceduti con decreti reali fin dal suo nascere".

I miei antichi compaesani non riuscirono ad ottenere di far dichiarare Casale Capoluogo. Molte ragioni, geografiche, storiche, economiche, vi si opponevano, così malgrado l'impegno, alla fine rimase solo l'aria buona. Ma bastava, in fondo. Aveva carattere, il paese, ed una sua precisa fisionomia. Esclusivamente dedito all'agricoltura potevi scorgere ovunque campi coltivati, vigneti soprattutto, esposti al sole delle numerose collinette che incorniciano il paese, e ulivi e ciliegi e ogni altro tipo di albero da frutta. E poi grano e lupini e fagioli. E scorreva serena la vita perché l'egoismo non aveva il dominio che ha oggi, perché il denaro aveva il suo giusto valore e pertanto non deformava lo spirito come avviene oggi. Serenità che ho conosciuta nella mia infanzia e nella mia adolescenza. Ricordo giovani ligustri lungo la strada principale e una fontana abbeveratoio dove ora è posta la pompa di benzina, e acque che scorrevano in abbondanza per i rii che racchiudono il paese e vigne invidiabili e fitti castagneti e querce gigantesche e ciliegeti che in primavera illuminavano il paesaggio circostante.

Cose divorate famelicamente dal signor Progresso che spesso non guarda per il sottile e ci va giù di prepotenza cancellando di colpo storia, civiltà e cultura di un luogo.

Ricordo circoli ricreativi, negozi di barbieri e sarti botteghe di calzolai e falegnami, della capacità, dell'arte di quest'ultimi rimane la testimonianza delle porte della chiesa e quella di numerosi portoni di vecchie case. Poi il paese perse tutto il suo carattere, tutta la sua energia. Se molti di quei mestieri necessariamente tramontarono altri ne nacquero, ma sembrò come se ci si vergognasse ad impararli. Una strana frenesia ed una sciagurata abitudine fatta scaturire anche da chi politicamente guidava il Comune spingeva tutti a desiderare, ad aspirare a posti statali. E così abbiamo un barbiere forestiero, due pescivendoli forestieri, un fabbro forestiero, un falegname forestiero, un fotografo forestiero e tutti, a quanto mi risulta, hanno avuto un meritato successo, non solo dal punto di vista economico, ma anche dell'indipendenza dello spirito.

Credo sia raro trovare nella storia di una comunità un declino più rapido ed una dispersione culturale più malinconica di quanto si sia verificato in questo paese, dove la mancanza di memoria per il passato e l'assenza di ogni progetto per il futuro continuano a far piegare sempre più le ginocchia a questo popolo tra geremiadi insensate di alcuni e la strafottenza cinica di altri.

Eppure, e lo dico senza alcuna retorica, anche perché mi è stato fatto notare da un'intelligenza forestiera, è raro trovare una popolazione così intellettualmente brillante, capace di penetrare i problemi, ma è anche altrettanto raro trovare un popolo così pigro nel mettere a frutto queste sue capacità. Tutto il suo valore lo disperde peccaminosamente per la mancanza di volontà di unire questa invidiabile energia per costruire qualcosa che possa rimanere nel tempo.

Michele Lepore

(tratto da Stazione di Servizio n° 0 - febbraio-aprile 2000)

 

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