I RUMORI DEL TEMPO

di

Holden Caulfield

 

I RUMORI DEL TEMPO é un libro, un romanzo se volete, diviso in tre partì.

Nella prima parte, composta di tanti frammenti, l'Autore giocando con lo spazio e col tempo, ci presenta un personaggio (Paco-Damiano) in vari momenti della sua vita, dagli anni 50 ad oggi. Sono frammenti senza alcun ordine temporale, simili a sequenze cinematografiche alcuni, altri descrittivi, altri fatti di sensazioni, di monologhi interiori ecc.

La seconda parte, narrata a più voci, alcune delle quali anonime, racconta di una famiglia dall'inizio del secolo fino al suo disfacimento avvenuto negli anni '50.

il senso del tragico che questa seconda parte esprime nasconde, secondo le intenzioni dell'Autore, il simbolo della decadenza di una civiltà, quella contadina. Tutto ruota attorno ad una casa, il Gabbiano rosa, dal momento della sua costruzione, nei primi anni del secolo, fino al crollo finale.

La terza parte é tutta incentrata sulla figura Paco-Damiano, l'ultimo rimasto di quella famiglia. Essa si svolge, narrata in prima persona, negli sconvolgenti anni '60 e nei tragici anni '70. Parecchi frammenti della prima parte e tutta la seconda parte del libro hanno come sfondo il paese di Gaurano e dato che questo paese, in qualche modo, somiglia a Casale, ecco uno dei motivi per cui pubblichiamo alcuni frammenti del libro.

L'Autore ci tiene ad informarci che ha cercato, secondo le sue capacità, di rendere il tutto il più poetico e interessante possibile: i luoghi, i personaggi, il clima dell'epoca.

Naturalmente tutto il libro é pura opera di fantasia, se qualche lettore dovesse riconoscersi in qualcuno dei personaggi ciò sarà dovuto solo al caso.

 

PARTE PRIMA

FRAMMENTI ANNI '50-'90

ADOLESCENZA

Anni 50

Ci sono giorni in cui uno è davvero contento di esistere, di sentirsi un essere umano nel mondo. Procedi lungo il tempo della tua solitudine con un sentimento di profonda felicità. Il mattino primaverile, aromatico, con momenti di silenzi ed altri di rumori sfocati, col sole vibrante sulle strade, nell'aria pulita dopo il temporale notturno.

Ritornano le tracce che il tempo ha ricoperto di rovi, i respiri segreti tra gli alberi cresciuti senza memoria, la Cappella inabissata nel cupo verde dove la tua adolescenza si perdeva.

Cerchi di afferrare il grido svanito della chimera nell'intrico del bosco e dell'uccello rapace che scomparve da quei luoghi insieme ai tuoi sogni. Il brusio delle voci nella ricorrenza della festa giungeva alla tua anima buia, nascosta vergognosamente nel castagneto sopra la sorgente ora spenta e divorata dalle spine e dal muschio.

- Prendetelo!

Nella finzione del gioco, nella verità dell'adolescenza, eri il Bandito, eri il Cavaliere Solitario, eri l'indiano contro i visi pallidi, eri il Viso Pallido contro gli indiani. In fuga, sempre. Inseguito. Braccato.

E quando venivi preso e legato e torturato sadicamente, tu stoicamente resistevi, mai che tu abbia fatto un nome, tradito una postazione. Fino al crepuscolo, quando il castagneto cominciava a riempirsi di ombre e tutti insieme con i volti pieni di polvere raggrumata facevate ritorno al paese, lasciando dietro di voi il bosco, gli spazi, l'estate dove si era sprigionata tutta la vostra energia e la vostra libertà. E solo allora vi prendeva un pò di tristezza ,divenuti diversi, per la vita falsa che fino all'indomani avreste dovuto vivere, a contatto con gli adulti. Vi nutrivate di frutta, ciliegie prima e man mano che la stagione avanzava di pesche e pere e poi di fichi e d'uva, nei pomeriggi vagabondi tra fruscii di serpi nelle alte erbe che attraversavate e frullii d'ali di uccelli disturbati dalle vostre voci. Sudati, con l'animo smarrito, vi inerpicavate tra impolverate siepi di mortella ligustri e quercioli in cima alla collinetta di Rampaniuci, arida terra quasi bianca, assetata, incoronata di fichi d'india e al centro, in mezzo alla vigna, la casetta con annessa una cisterna, rifugio di passeri e rondini.

Sdraiati ai piedi del fico troiano, esausti, vi perdevate con lo sguardo nell'arcipelago di nuvole bianche, mentre le cose intorno, alberi e terra e aria, sembravano fondersi per la calura. In basso ed in lontananza oltre il grigio nastro della SS 7, si stendeva luccicante, disseminata di sconosciuti paesi, tutta la piana di Terra di Lavoro. E ancora oltre, all'orizzonte, il mare sognato e se non c'era foschia, le isole di Procida, Ischia ...

CINEMA ITALIA *

Paco 1997

Il tempo che scorre senza doverlo rincorrere febbrilmente, tranquillo, che ti dà la possibilità di assaporare le cose, le cose che non vedevi prima, che prima ti balenavano davanti, inafferrabili, come il paesaggio dal finestrino di un treno in corsa.

La vita frettolosa, impigliata quotidianamente, affannosamente, allo scorrere del tempo ti ha sempre impedito di fermanti, per la durata necessaria, a vedere sentire odorare le cose che ti circondavano.

Ora te ne senti intriso di queste cose, ora che molti fuochi si sono spenti, molte inquietudini calmate.

Il loro odore suono colore sprigionano un senso di una fragile malinconia che non solo è sopportabile, ma che anche, in qualche modo, rasserena e purifica.

Cose che attraversano tutti i tuoi sensi e senti che possiedono qualcosa che ti appartiene, di familiare, legata a ricordi, speranze, a partenze e ritorni, alle gioie e alle frustrazioni, alle notizie che ricevevi lontano, di nascite e morti.

La luce del giorno, anch'essa diversa nuova. Trasparente in questo giorno di primavera, e penetrante e salutare per lo spirito dopo anni di lunghi vagabondaggi in cerca di improbabili graal.

Ed invitante, questa luce, a uscire di casa, ad immergerti tra la gente e poi, se ti va, a percorrere la strada che porta oltre le ultime case, verso la campagna tra alberi di giovane verde e freschi cespugli, sotto il cielo pulito, fragile dove piccoli branchi di nubi fluttuano simili a puttini in volo.

Ed esci e con lo spirito abbracci affettuosamente fraternamente tutti coloro che incontri e ti senti penetrare da una sensazione di felice smarrimento poetico come se la tua vita si dilatasse, dissolvesse nelle cose e nei volti che entrano nel tuo sguardo.

Poi tutto si muta in dolorosa ferita quando giungi all'altezza del vecchio cinema e vedi, con sgomento, lo scempio che stanno facendo. Una ruspa sta trasformando crudelmente, brutalmente in mucchi di macerie il tempio dei tuoi sogni d'adolescente.

Le amavi tutte. Tutte, perché non di una donna eri innamorato, ma dell 'amore. Amavi l'amore. E poi l'avventura. E l'amore e l'avventura insieme, intrecciati in sequenze memorabili, in scene traboccanti di sangue e di duelli. Sentivi dietro le tue spalle, onnipresente, una cinepresa che registrava ogni tuo gesto, ogni tua parola e ti comportavi di conseguenza.

L'infiammata e infiammabile Rita che dopo un serrato dialogo riuscivi a piegare e la vedevi arrendersi, ammorbidirsi per poi possederla in un modo buio e peccaminoso.

L'angelica Anna Maria Pierangeli con cui vivesti una romantica avventura e Olivia de Havilland, tu nei panni di Robin Hood, com'era dolce nelle tue braccia. E Bette Davis? Tu il duro investigatore privato e lei con quello sguardo di sfida, ironico.

-Dove hai sepolto il cadavere, vecchia strega? E lei che arcua il sopracciglio e ti guarda in silenzio con quel filo di sorriso sulle labbra. E Ava Gardner, Luminosa nelle tue notti buie? E Alida Valli, inarrivabile, malgrado tutti i tuoi disperati tentativi? Quasi intimorito di fronte a lei, non riuscivi a sentire quel calore che ti trasmettevano le altre. Come Luisa Ferida, in La Corona di Ferro, o Lea Padovani in La cena delle beffe. Il bagliore di quel seno, il rapido guizzo di luce di una coscia ti mettevano in subbuglio. Tutte. Le amavi tutte.

Per anni, dopo la chiusura, era rimasto abbandonato. Per anni era rimasta l'insegna, in lettere grandi, di legno dipinto in blu di Prussia CINEMA ITALIA, poi qualche lettera cominciò a cadere, una volta leggesti CIN MA TALIA, qualche anno più tardi CIN TA A.

Poi più nulla. Solo raramente capitava di ricordarti che dietro quel muro c'era stato una volta lo schermo, lo rammemoravi con ironia con gli amici, col razionale distacco dell'uomo maturo, ma ora, nella solitudine del tuo spirito di questo mattino di primavera, mentre lo vedi impietosamente sventrare senti se come quella demolizione avvenisse dentro di te rifiutandoti di pensare che questo avviene semplicemente in nome dell'inevitabile progresso.

Un'intera parete viene giù e una nuvola di polvere, accecante, si espande oltre lo steccato che divide il cantiere dalla strada invadendo ogni cosa. Sei costretto a chiudere gli occhi e senti l'odore della polvere acre come certi giorni amari della vita.

Le acrobazie per procurarsi i soldi del biglietto. O per intrufolarsi nella sala. di nascosto.

Molte volte andavano a vendere frutta sulla Statale. Confezionavano cesti con foglie di castagno e li riempivano di frutta. pesche, fichi, ciliegie uva, a seconda della stagione e, a turno, le mostravano alle auto che passavano. Ci facevano i soldi per il cinema e le sigarette.

Quella sera furono colti di sorpresa, lui e Virgilio. Le locandine le avevano affisse solo al pomeriggio e loro non lo sapevano. Stavano a giocare a calcio sulla Cupa e quando tornarono che già smoriva la luce sentirono Nicoluccio.

- Capolavorooo! Stasera al cinema Jtalia La corona de fierro, con Gino Cervo e Luisa Ferita. Capolavorooo!

Nicoluccio tosava e ferrava gli asini ed all'occasione faceva il banditore. Ogni sera girava per il paese ad annunciare il programma del cinema, per entrare gratis. Storpiava sempre i titoli e i nomi degli attori. Tutti i film, nessuno escluso, erano Capolavori. Si guardarono l'un l'altro Paco e Virgilio.

-La corona di Ferro - disse Virgilio- Ci lavora pure Massimo Girotti e quell 'attore che fa sempre la parte da disgraziato, Osvaldo Valenti. Paco aveva le mani in tasca, le tirò fuori e fece capire che non aveva una lira.

come facciamo?- disse Virgilio

come facciamo?-disse Paco

Stavano scendendo, ora, dal Vico verso la Merta. C 'era gente che tornava dalla campagna e alcune donne, sedute sui gradini della cappella di S. Pasquale, pettegolavano nella luce illanguidita del crepuscolo.

Paco, quando arrivarono a case sua, guardò dentro attraverso il portone socchiuso,

-Che te ne vai, ora?- chiese Virgilio

- Aspetta qui. Non ti muovere. - disse Paco

Entrò in casa, guardingo. In punta di piedi attraversò il cortile nel buio. Dalla cucina proveniva il rumore di posate e 1 'odore della cena. Altri odori, di fieno e terra fresca, impregnavano 1 'aria del cortile.

Riuscì a raggiungere la dispensa e per il timore che la porta potesse fare rumore la sollevò, spingendola. Accese un fiammifero per trovare una bottiglia vuota e l'imbuto, poi ne accese un altro per scoperchiare la giara dell'olio. Il resto dovette farlo al buio. Riempiva il coppino nella giara e lo versava nella bottiglia finche sentì ungersi la mano.

(I1 giorno dopo, a tavola, suo padre: vorrei sapere chi si è cioncate le mani a mettere l'olio ieri sera ce n'è un lago per terra).

Gettò uno sguardo rapido a destra e a sinistra poi usci.

- Vedi come piazzarla- disse a Virgilio consegnandogli la bottiglia. Virgilio, gli lucevano gli occhi, prese la bottiglia con entrambe le mani e se la strinse al petto. Ci penso io- disse.

Più tardi facevano la fila alla biglietteria.

-Due biglietti- disse Virgilio con voce squillante quando fu il suo turno. Andarono a sedersi al centro della sala, i posti migliori Paco vide che la camicia di Virgilio aveva una patacca d'unto proprio al centro del petto, ma non disse nulla.

Poi si spense la luce. Virgilio tirò fuori due sigarette. -Ci sono uscite anche due Alfa - disse - Tieni. Fu lui ad accenderle, quella di Paco prima e poi la sua.

Quando riapri gli occhi vedi solo una voragine buia profonda dantesca: il tempio dei tuoi sogni dove hai, indubbiamente, trascorso le ore più felici della tua adolescenza, è scomparso . Forse dovresti spenderci una lacrima, ma con l'età che hai non puoi permettertelo.

* il Cinema Italia sorgeva nel centro del paese di fronte al Sacellum (attualmente in stato di misero abbandono) di casa De Stasio.

il locale fu aperto dai fratelli Ceraldi appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (1945). Nutrì di divertimento, di sogni, e si, anche di cultura la popolazione.

Il Signor Progresso lo chiuse nel corso degli anni '70.

 

Paco

inizio anni5O

Vede gli ultimi spettatori uscire dal cancello, mentre il crepuscolo invade il campo. Ha ancora negli orecchi le grida dei tifosi, negli occhi lo sventolio delle bandiere. Dagli spogliatoi gli giungono le voci dei compagni, ne riconosce alcune che inneggiano alla vittoria.

Qualcuno pronuncia il suo nome. Si alza un vento improvviso che gli preme il volto e gli gela addosso la maglietta madida di sudore. Un odore acre di polvere misto ad altri odori, di frutta matura, di erbe, gli invade le narici.

Rientra negli spogliatoi per consegnare la divisa. Viene accolto festosamente, a braccia alzate, dai compagni.

-Che gol, Paco. Alla Puskas!

Lui sorride, scarico di energia.

Più tardi, da solo, verso casa. E' l'ora del giorno che più gli piace, quando comincia a fare buio.

Ma cos'é questa sensazione che ogni giorno, appena lascia i compagni, arriva puntuale? Come se qualcosa, di cui sente urgentemente, impetuosamente il bisogno, gli mancasse?

Cos'è?

 

La Madre

Sempe sulle spine pe' issu tuttu ru santu juorno mai che se ne sta a la casa a corre 'cca e là pe' ru truvà e nu ru truovi mai ma dove se sperde dove va dove si va a rompe le cosce dio miu perdoname mai n'aiutu niente nui a iettà sangue e sudore tutti ri santi juorni che dio ce manna pe ru fa studià ah pate miu bella raccomandazione me facisti ai tuoi figli non gli dare niente ma dagli l'istruzione la cultura e i' te pigliai 'nparola me son messa contro suo nonno che nu lu vuleva mannà a la scola cu tutta la terra che c'é da faticà se missu a prerrecà e puri a jastemmà che scola e scola l'aulive chi le coglie ru ranu chi ru mete comme 'na vita intera a mette su la proprietà e mo te ne vieni tu da fore na furastera e vieni a cumandà 'ncasa mia I niente caputosta le cogliu i' l'aulive le pagu i' le femmene che venguno a mete ru ranu e che vengunu a vignignà i figli miei hanna sturià, masculi e femmine, tutti no che unu fa ru signore e l'altro il villano tutti uguali hanna esse ru bellu e ru bbuonu ce 'ulette per fallo capace e roppu tuttu stu 'mpazzimiento eccu che te tocca dice neh vistu che fannu tanti sacrifici fammeli accuntentà 'sti poveri genitori miei macché ri prufessuri sì la capu l'ha tene bbona ma la volontà lascia alguando a desiterare ah se avessi potuto avè i 'sta possibilità me ce facevo attaccà 'ncoppa a ri libbri giorno e notte e lui 'nvece de jettà ru sangue a sturià corre sempe appriessu a ru pallone sempe cu le cattive cumpagnie ri ciù stracciuni songo gli amici suoi che ce ru raccumanni a ffa' d' accumpagnarsi cu ri pari suoi ru sienti tu e issu mancu.

Teh unu arriva a 'st'ora de notte e ancora nun sai dove s'é rotte le cosce e tutti ri santi juorni accussì cu ru pensieru arrassa a ri cani che gl'é succiesu caccosa.

 

(tratto da Stazione di Servizio n° 0 - febbraio-aprile 2000)

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