IL VENTO NELL’ULIVETO 

Le storie nascono e vivono la loro vita. E muoiono, assorbite dal nero tunnel del tempo.

Il congelato sorriso di quella ragazza in un giorno declinante di una bionda estate. Affetti e passioni. Ricordi di eventi, di amici. Gesti sospesi nel vuoto sfumato, smorfie di dolore, volti deformati traspaiono da una vecchia pellicola sfocata, in bianco e nero.

La luce mediterranea col suo magnetico azzurro riempiva i pomeriggi della mia adolescenza.

Tutto si dissolve nelle acque della memoria che arranca lungo le rugose pareti del passato.

E’ il soffio del poeta che le riesuma. La loro vita, almeno in parte, viene ricostruita ed un’altra ne nasce, una vita nuova, quella di colui che le scrive.

Chiedi se ciò che apparirà su queste pagine sarà veramente la fedele ricostruzione di fatti e persone di quelle storie o solo l’eco di esse, raccolta dal poeta per evitare che vengano definitivamente, eternamente sepolte nell’oblio.

Ah, caro lettore!

Io vidi il vento nell’uliveto e ne ascoltai la voce.

Cosa dirti?

Che quelle foglioline scompigliate dal vento sembravano ondate di argentei pesciolini nella gelida luce invernale?

Che la voce del vento richiamava alla mente una muta di lupi ululanti per la fame?

E’ questa la fedele registrazione della realtà?

Ma altre volte ho visto il vento nell’uliveto e ne ho ascoltata la voce e mai, eccetto quella volta, ho pensato a torme di alicetti argentei o a lupi affamati. Una volta pensai al cattivo raccolto che ci sarebbe stato quell’anno. Un’altra volta tremai per un ramo di una vecchia pianta che rischiava di spezzarsi. Un’altra volta lo maledissi quel rompiscatole di vento perchè la sua furia mi teneva segregato in casa e non mi permetteva di raggiungere gli amici al bar.

E’ questa una fedele registrazione della realtà?

Ah, caro lettore!

La realtà! Io non so risponderti e trovo stupido e comico chiunque crede di avere una risposta certa per una simile domanda.

Io conosco solo il vento. I venti.

E’ un vento che ci introduce nella vita, è un vento che ci preme, ci incita, ci incalza lungo tutto il corso della vita, è un’ultima folata di vento che ci spinge al di là della vita.

Vento, niente altro che vento, amico mio.

Non riesci ad afferrarlo, non puoi stringerlo in un abbraccio, non puoi prenderlo a cazzotti. Puoi ascoltarne però la musica d’arpe sulla collina di segale, puoi vederlo pieno di rabbia sradicare querce secolari.

Venti che portano profumi di gelsomini e fragranza di rose. Venti che odorano di muschio e di crepuscoli.

Apri gli occhi e le finestre, lettore. Porgi gli orecchi. Odora.

Ho conosciuto venti pieni di sabbia e di grida di naufraghi. Venti che portavano sapore di sangue e miasmi di acque paludose. Venti che strisciavano lungo le umide mura di città infernali con un fiato di belve in agguato. Venti che maleodoravano degli avanzi dei nostri cibi e del marcio dei nostri cervelli.

Ma non spaventarti, amico . In queste pagine soffiano solo piccoli venti, lievi brezze marine. La loro voce non è più di un sussurro.

Gli altri venti, quelli che fanno sanguinare le labbra, hanno altre storie e non fanno parte di questo libro.

Di un altro, forse.

 

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Michele Lepore

è nato a Casale di Carinola (CE). Diciassettenne abbandonò gli studi e lasciò il paese per recarsi in Toscana, Prato, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie: Il vento indolente - Ed. Martini Prato 1958. Ritornato al paese riprese gli studi fino alla laurea in lettere. Ha insegnato in varie scuole di Torino.

Vive e lavora metà anno a Torino e metà nel suo paese d'origine.

Ha pubblicato:

Notizie da Kantuck - Suessa 1972;

Trashman (con P. Stanziale) - Caramanica 1989;

Altre primavere - Ex Gufis - Saluggia (VC) 1995.

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