LONTANARE
DI SOGNI …..
Se
avessi un figlio, mi piacerebbe che un nonno gli raccontasse una storia come
quella che in queste pagine rivive e fa rivivere il mondo che una volta... perché
c'era, una volta, un mondo così, un mondo anche duro ma buono, difficile e
generoso, un mondo fatto di uomini e di cose, di cose
semplici, e di animali domestici. Le mucche non impazzivano, allora...
Non ho conosciuto il nonno di cui porto il
nome e del quale in questa narrazione emerge a tratti la figura che pur
conoscevo, come in gran parte sapevo degli episodi e dei personaggi dei quali
si racconta... eppure, leggendo d'un fiato le vicende a volte buffe, a volte
pensose, non di rado venate di malinconia ma quasi
sempre accarezzate con l'affettuosa dolcezza che la distanza nel tempo consente
anche a chi le ricorda con una punta di dolore, leggendo tutte insieme queste
pagine, ho scoperto quanta fatica c'è dietro la mia nascita!
Nicola Napolitano
continua a scrivere nella sua nota biobibliografica
che è nato da una famiglia di agricoltori. Ha lavorato
la terra fino a 22 anni... quella terra alla quale è
tornato, con l'entusiasmo dei vent'anni, appena ha
smesso di lavorare nella scuola, e finché le forze glielo hanno
consentito. E poi si è dedicato alla ricostruzione letteraria del suo passato,
prima attraverso l'amorosa raccolta dei proverbi paesani, infine con queste memorie
del tempo che fu - per farne un
"presente" ancora degno di essere ascoltato, come se fosse una storia
di quelle che sua nonna gli raccontava da bambino, frutto di fantasia e
d'esperienza, come quelle che sua madre, mia nonna, raccontava a me...
Ecco perché vorrei che a
mio figlio fosse raccontata la storia che si srotola in queste pagine. Non riesco a concepire come si possa,
pur nel mondo tecno-informatico che ci avvolge e ci
protegge, ci seduce e ci sconvolge, dimenticare o fingere di dimenticare che
veniamo da un'altra civiltà, genuina e sofferta, costruita sulla fatica di
uomini e donne che ha segnato secoli di lenta evoluzione, e senza di quella, è
addirittura ovvio ricordarlo, non ci sarebbe questa nostra civilta'. Il corsivo allude peraltro
all'insistente dubbio che mi turba: siamo ancora, consapevolmente, cives di qualcosa? Ci sentiamo in qualche
misura, in quale misura, appartenenti ad una società? Un tempo, anche i
contadini, ignoranti per lo più, superstiziosi, avevano
tuttavia una identità di appartenenza... sapevano di essere tali, masticavano
amaro, certo, si nutrivano spesso di pane e lavoro e a volte di solo lavoro o
nemmeno di quello, della speranza di averlo presto, ma sapevano di essere quel
che erano e rispettavano i propri simili e coloro che, diversi, li
rispettavano.
Quanti di loro, oggi, ormai lontani dalle
proprie origini, vorrebbero cancellarle come se bisognasse vergognarsene? Come
se non si potesse essere dignitosamente quelli di una volta, pur cresciuti, pur
trapiantati altrove, in un benessere un tempo impensabile e facilmente
conquistato, anzi già ereditato da altri già fortunati... Quanti
avrebbero il coraggio di ammettere di essere i figli di una cultura fatta di
campi e raccolti, di tradizioni e sentimenti; quanti hanno ancora il rispetto
di una tradizione senza sentirsi superiori al passato misconosciuto? Quanti
sanno rispettare i propri simili, in nome e per conto di un progresso che è
spesso un cumulo di soprusi e sopraffazioni, quanto diverso dalla comunione che
un tempo faceva crescere insieme, secondo i meriti di ciascuno, tutti coloro i
quali avessero voglia di lavorare?
Com'è facile sembrare nostalgici o retorici, laudatores temporis acti... e invece basterebbe tanto poco per essere chi siamo: guardiamoci indietro, facciamoci guidare, nei passi
che ci sembrano così sicuri e sono inerti indolenti inconcludenti, da chi ha
segnato la strada prima di noi con ben altra decisione; guardiamoci intorno
seriamente, e c'è chi ha bisogno di noi, anche noi, se sapremo con più umiltà
considerare le nostre forze e i veri bisogni che abbiamo; e così soltanto, guardando
avanti ci vedremo un po più avanti di quel che siamo,
proiettati verso un futuro degno di questo nome, che non sia invece una caduta
nel conformismo, l'abitudine, la noia... in una nuova barbarie che sarebbe la
tomba di ogni sentimento di umanità - ed è lì che ci vogliono seppellire i
padroni dell'immagine i quali ambiscono a dominare la nostra intelligenza
bombardandoci di immagini e diffondendo ad arte visioni e sensazioni dietro le
quali è il vuoto della mente.
È proprio contro la moda del superfluo che
bisogna impegnarsi a recuperare una identità, il senso
di appartenenza a una società che si va svilendo nell'avvilirsi dei valori più
veri, non da ora, certo, ma forse non è ancora troppo tardi, e adesso, mentre
esplode il fenomeno della massificazione totale a scapito della cultura, si può
almeno opporre la dignità dell'uomo alla freddezza dei mezzi che usa. È inutile
e sarebbe sciocco pensare di poterne fare a meno, ma lasciarsi condizionare per
semplice opportunismo è ancora più sciocco, e disumano (a questo porta
d'altronde la civiltà nella letteratura e nel cinema -
di tendenza! - che mostrano mondi alternativi sempre meno a
misura d'uomo).
Considerate la vostra semenza... diceva il poeta: e siamo stati "seminati"
con fatica, da generazioni di lavoratori instancabili, sfiduciati a volte ma
pronti a rialzarsi, a riprendersi quando sembrava che le forze mancassero, a
costruirsi un pezzetto per giorno una vita che sapevano sarebbe stata comunque avara, ma era la loro vita e dovevano lasciarla a
noi!
Nelle memorie di mio padre vorrei che si
leggessero i destini che ci aspettano. La semplicità di Salvatore (che ebbi la
fortuna di conoscere) e degli altri protagonisti di queste pagine dovrebbe guidarci a ritrovare una via alla nostra umanità,
la più profonda, la più semplice e vera. Mio padre contadino fino a 22 anni ha
ereditato dal suo la volontà di essere nella natura un elemento portante, non
un approfittatore, ha imparato a seminare, a
innestare, a produrre, a far crescere... misurando le proprie forze ogni volta
che un impegno lo richiede, nel rispetto dell'ambiente dal quale si deve
chiedere solo quel che può dare.
Ecco perché tutti quelli che avranno in mano
questo libro - specie i più giovani, i "nipotini" presenti e futuri
che non vorranno dimenticare i nonni -, se faranno attenzione e coglieranno il
messaggio di affetto e simpatia che vi è contenuto,
potranno guardarsi allo specchio con rinnovata fiducia in se stessi: hanno un
compito da compiere, una strada da percorrere, hanno in dotazione un presente
frutto/eredità di un passato da vivere intensamente, perché sia il loro futuro,
e il futuro di quei nonni finalmente realizzato, oltre i confini che a quelli
non furono concessi.
Natale 2000
Giuseppe Napolitano