Il 29 gennaio, nei locali della scuola media 'De Sanctis' di Sessa Aurunca è avvenuta la presentazione del romanzo di recente pubblicazione 'Del mio tempo migliore' di Ida Maina, edito da Marotta (Napoli, 1999).

L'avvenimento ha fatto registrare, nonostante l'inclemenza del tempo, la presenza di un numeroso ed attento pubblico.

Il libro è stato presentato con molta efficacia e competenza da Giuseppe Napolitano e dall'editore Tommaso Marotta.

Riportiamo l'intervento di Giuseppe Napolitano, scrittore e poeta tra l'altro molto legato, come Ida Maina, alla propria terra di origine.

 

 

Presentazione del romanzo Del mio tempo migliore di Ida Maina

(Marotta, Napoli 1999)

Sessa 29.1.2000

 

La lettura di un libro, come del resto la fruizione di qualsiasi messaggio artistico, è una serie di riflessioni a catena, dal primo assaggio del tessuto espressivo allo scavo più attento delle qualità estetiche e di ogni altra valenza intrinseca; mi piacerebbe pertanto svolgere questo discorso di presentazione, come una successione di spunti analitici, un progressivo approccio alla vicenda e alla struttura del libro, attraverso episodi e personaggi.

La presentazione stessa di stasera vuol essere, più che un esame critico, una affettuosa inchiesta nel mondo sentimentale dell’autrice, che è un po’, lo dico subito e poi lo si vedrà meglio, è il mio mondo. L’emozione di essere io, qui a parlare dell’opera di Ida Maina, più ancora della prima volta a Gaeta due mesi fa, stasera è fortissima, al di fuori di ogni retorica: è come parlare in parte di me, attraverso la storia del paese di mio padre… Quando Ida mi chiese se volevo collaborare con Tommaso Marotta alla presentazione del libro Del mio tempo migliore, "chi meglio di te" mi disse… e non aggiunse, come avrebbe potuto, "visto che tuo padre, ormai"… Il casalese Nicola Napolitano, infatti, dovrebbe essere lui a parlare di questo libro dedicato a Casale, alla gente di Casale di un secolo fa, alla nostra gente. Mi scuserete almeno se non sembrerò all'altezza.

Figlia di una provincia non "addormentata" come diceva Prisco, ma "miracolata", come scriveva Dario Bellezza nella prefazione a La luna e la spina, "l’incantata provincia italiana che sola lascia la possibilità, la tensione di scrivere", 15 anni fa Ida Maina esordì in campo narrativo con un romanzo (Vortici, e quanto è giusto il titolo!) nel quale ripercorreva cinquant’anni di storia recente.

È un libro che procede per salti temporali, oscillando continuamente fra memoria e presente. I personaggi a volte sono come bloccati in una gabbia comportamentale dalla quale temono di uscire per non imbattersi in nuove regole di vita… il successo è difficile da gestire, specie per gente semplice di paese, uscita provata da sconvolgimenti sociali e vittima di nuove regole, non sempre oneste, difficili da accettare. L’autrice forse è ancora alla ricerca di un modello narrativo che le facesse dire quel che aveva da dire come avrebbe voluto. Parte da lontano, dall’oggi tormentato di una famiglia che però viene dall’ieri, quell’ieri che lei ben conosce e ricorda per averne vissuto le ultime esperienze (e non solo le ultime, non essendo tanto giovane da non ricordarne in prima persona speranze e disillusioni cocenti!).

Scriveva in una poesia:

Il cuore era un dì caldo / di camino / di parole di favole di sogni.

Di là partii, senza più voltarmi…

Non è vero: si è voltata spesso, come testimonia la sua produzione letteraria.

Chissà se c’entra, e quanto, chissà se Ida Maina, che è stata una finissima docente di Lettere, ha tenuto presente la lezione manzoniana, chissà se certi ritratti umani sono così riusciti anche quando sono appena accennati proprio perché l’autrice sa scolpire come Manzoni tratti e caratteri in poche pagine, in un breve giro di frasi; chissà se è manzoniana, in fin dei conti, la stessa volontà che esplicitamente trapela di far raccontare la Storia ai piccoli autori di storie quotidiane, che di quella, quella con la maiuscola, sono gli artefici nascosti ma essenziali… Tanti personaggi apparentemente minori compaiono nella trama articolata della narrazione ed hanno il loro posto dignitoso e importante ai fini della vicenda.

Mi è impossibile, stando a Sessa, evitare di citare, uno per tutti, mio nonno Mario Rotunno, che viene ricordato in una pagina soltanto; ma c’è tutta la sua vita di allora, tutta la sua forza di artigiano e mercante, la sua passione di uomo. A Sessa si compie la maturazione umana e professionale del protagonista di questo romanzo, di questa straordinaria storia vera che sembra un romanzo, per quanto è piena di fatti oggi quasi incredibili. A Sessa il ragazzo Peppino diventa uomo, capisce che può contare sulle proprie capacità, decide di crescere come meglio gli riesce, e gli riesce benissimo. E a Sessa, tra coloro che gli danno i consigli più opportuni, più indicati alle sue qualità, c'è Mario Rotunno, che ha appena una decina d'anni più di lui ma gli confida i segreti del mestiere e gli fa intravedere come metterli a frutto.

Mentre Vortici è la crisi di una formazione, quasi la dolorosa caduta di un credo, Del mio tempo migliore (con questo titolo così leopardiano, così classico, nell’essenza del suo messaggio…), è un vero romanzo di formazione, più compatto del precedente, ma insieme a Peppino, instancabile sulla via del successo personale, caparbiamente costruito, fa crescere – si potrebbe dire – un intero paese. Il vecchio paese dove tutti sanno tutto di tutti vive di microstorie, di fatterelli quotidiani che nell’immaginario collettivo diventano poi la storia, quella grande, con o senza la maiuscola, ma la storia di tutti proprio perché i fatti sono accaduti a uno di loro. E il tessuto narrativo di Ida Maina è un tessuto di microracconti che diventano insieme un romanzo, il romanzo di Peppino non solo ma di tutti quelli che hanno vissuto il suo tempo insieme a lui: e somigliano tanto alle storie che ogni tanto ancora mio padre ricorda e racconta, di quelle che successero a lui stesso e a quelli che vissero insieme a lui (come quella volta che, andando a scuola insieme all’amico Silao, andarono a rifugiarsi, in un tremendo temporale, proprio a casa di Peppino Maina, sulla via per Carinola: Ida probabilmente era appena nata)… Sono Vie di paese anche queste, e sono vite di paese, con i loro proverbi che sanno tanto di filosofia, gli aneddoti raccontati come frammenti di un poema epico, le piccole avventure trasformate in episodi indimenticabili…

Il Don Peppino l’armaiuolo che compariva in Vortici – in un rapido momento narrativo, ed è un’immagine che per la sua forza descrittiva diventa un’icona – anche se non viene specificato, né v'è alcuna allusione in merito, è senz’altro il Peppino protagonista del secondo romanzo, cioè il padre dell’autrice; è una spia che lega idealmente le vicende di prima a quelle di dopo, a segnalare anche al lettore distratto che… la storia si accumula sui detriti del passato e ne utilizza le fondamenta, ma sa che avanti si va solo guardando avanti, con freddezza, a volte, quando commuoversi troppo rischierebbe di far perdere il passo… e il mondo non aspetta: lo sa bene chi nel mondo si muove per conoscere, sapere, produrre, e quindi vivere.

È un libro, questo Del mio tempo migliore, che non si camuffa da quello che non è, non cerca il lettore ideale e non si aspetta il premio bancarotta o bancarella che premio sempre le stesse copertine… questo è un libro di fatti e non di fronzoli inutili. Sa bene a chi si rivolge, conosce i suoi lettori e sa come rivolgersi a loro. Parla a gente che sa di che si parla, che conosce i luoghi e immagina pure le persone che vi abitavano (se proprio non ha conosciuto anche quelle). Paesaggi e personaggi qui vivono di pochi tratti e di poche parole: ci sono e tanto basta. La storia è azione e non chiacchiere. Quella con la S maiuscola è presente comunque, come sfondo, o come una quinta di proscenio che ogni tanto si mostra in piena luce mentre si cambia la scena del dramma che si rappresenta… così ci si mostrano i grandi eventi dei trent'anni per i quali il romanzo di Peppino si sviluppa: c'è il primo sciopero dei lavoratori agricoli del 1893, e ci sono altri avvenimenti che segnano l'evoluzione socio-politica del Paese, col cambiamento del secolo, fino alla grande Guerra e oltre, e accompagnano la crescita dell'impegno sociale e politico del giovane protagonista (così, attraverso il racconto dei testimoni o soltanto come informazione a latere, l’autrice del romanzo ci tiene continuamente aggiornati su come evolveva la situazione).

Scorriamo dunque, di necessità rapidamente, l’indice del libro.

Come somiglia a quella del padre, la vicenda umana del personaggio Peppino! più aperto, più disponibile a comprendere le leggi anche le più dure del progresso e del nuovo vivere sociale che impone atteggiamenti più spregiudicati, ma quanto serio e consapevole sempre del suo ruolo di operaio della vita, che se non si adopera per il meglio perde quel che di buono sta facendo…

La donna nel romanzo è la donna di un secolo fa, ma che ancora non molto tempo fa era possibile incontrare da qualche parte, umile e sottomessa ma saggia di una sua dimensione quasi religiosa all’interno della famiglia… Può sembrare esagerato oggi qualche atteggiamento remissivo, acritico e condiscendente, eppure in quella posizione marginale poteva rivelarsi nella donna, nella madre soprattutto, un modello di fermezza esemplare. L’evoluzione tuttavia è lenta, ma c’è.

Com’è diversa la ormai 34enne Angelina che balla con disinvoltura un’accesa (e pronuba) tarantella, rispetto a quella che quindici anni prima a malapena rispondeva al timido saluto di Peppino in bicicletta… piccole lezioni di storia del costume emergono di tanto in tanto dalle pagine di questo libro, specie là dove si parla di donne (oltre quella, davvero memorabile, di Angelina, spiccano le figure della zia Rosina, di Carolina e delle sue sorelle; tra i personaggi minori, però, ce n’è uno che brilla di luce diversa: Edelweiss, l’infelice condannata dalla tisi); come cambiano le donne, e cambiano la moda e il costume, le abitudini e le convenienze (e basterebbe leggere di come avveniva il corteggiamento fra i ragazzi con la zia intermediaria); cambiano specialmente dopo eventi coinvolgenti e sconvolgenti come una guerra (a questo proposito, c’è un episodio indicativo anche in Vortici, quando Saverio, tornato dalla guerra, viene baciato enfaticamente da Rosinella, figlia del vecchio possidente don Rodolfo)…

Ancora Bellezza vedeva in Ida Maina la "bontà di donna meridionale, anarchica quel tanto che le permette di stare a disagio in questo mondo, e che sa di incidere sulla realtà solo con la forza delle parole" (in verità, conoscendo piuttosto poco Ida, anche se è dell’acquario come me, in questa anarchia un po’ autolesionistica ci vedo un po’ mia madre, per citare un'altra sessana, figlia per di più di quel Mario Rotunno del quale prima si parlava).

La famiglia è quella di una volta, numerosa quasi sempre, quella che si riuniva intorno al desco modestamente apparecchiato (e non sempre apparecchiato perché non sempre se ne aveva a sazietà, ma era bello stare insieme, anche quando volava qualche parola di troppo per l’esasperazione dei giorni più bui, in fondo ai quali, comunque, si cercava di cogliere un barlume di fiducia: salvo poche eccezioni, il prossimo era ancora qualcuno di cui ci si poteva fidare nel momento del bisogno) – il mondo dei sentimenti, eredità di affetti, un mondo dal quale pur si vorrebbe evadere, e ci si riesce, anche, ma che non si perde nel bagaglio della memoria e al quale sempre si torna come approdo di tranquillità, sospinti dai marosi del quotidiano travaglio.

L’amicizia (esemplata in Raffaele prima, e poi nel cognato Francesco) è un’altra famiglia, quella cercata e scelta al di fuori del piccolo mondo, a volte avvertito troppo limitato, degli affetti domestici. Una prova di iniziazione, uscire di casa, per chi doveva dimostrare, forse almeno a se stesso, di essere ormai pronto a condurre per le redini la propria vita di uomo.

Carattere quasi familiare hanno anche le prime esperienze lavorative del protagonista. Hanno un ruolo importantissimo per il giovane Peppino, per l’apprendimento del mestiere e per la stessa sua formazione umana, il fabbro masto Luigi di Sparanise e Silvestro di Sessa (il paese del primo pane e della piena consapevolezza delle proprie capacità).

Finisce per essere un personaggio, anzi una protagonista, anche la bicicletta che Peppino compra con i primi guadagni: con quella il ragazzo si esibisce in paese e si fa ammirare per la sua confidenza con il progresso. Il progresso è considerato sempre con il rispetto di chi sa quanto costa, di chi sa quanta fatica c’è dietro ogni passo che si riesce a compiere sulla strada dell’evoluzione sociale. Peppino Maina addirittura costruisce una bicicletta che fa concorrenza alle più famose del suo tempo, e fa brevettare un motore dalle straordinarie caratteristiche ma purtroppo costoso da produrre in serie…

Forse fanno sorridere, a un secolo di distanza, episodi come quello del primo viaggio in treno, e ancor più quello del passaggio della prima "carrozza senza cavalli", che diventa un avvenimento mondano per l’intero paese; ma commuovono pure, poiché sono visti e narrati con l’occhio di un adolescente, che scopre appena fuori del piccolo orizzonte del suo mondo infantile un mondo nuovo che lo attrae e lo invita a farsene signore, e lo spinge a migliorare la sua condizione sociale, la sua cultura, che di quella peraltro è imprescindibile elemento qualificante.

Gli episodi dolorosi fanno parte della vita come gli altri, quelli più lieti e spassosi, e quelli in cui si apre un sentimento come un fiore che sboccia al primo sole; ma esistere è soffrire, crescere è saper soffrire (lezione leopardiana?), ed è inutile nascondersi alle prove; così avviene che il cugino uccida accidentalmente il cugino con una pistola distrattamente lasciata carica; così il generoso ma un po’ spaccone Raffaele finisce per passare la misura e provocare oltremodo il giovane guappo di paese che lo uccide vigliaccamente... in entrambi i casi il protagonista Peppino è assente e si ritiene ingiustificato, malgrado le circostanze siano a suo favore, ma la nobiltà d'animo gli acuisce il rimorso ("come t’è picciol fallo…" verrebbe da dire… ma davvero "amaro morso" è quello che abbatte una coscienza pulita se non può perdonarsi un errore).

Si rivolge ai giovani Ida, la professoressa Maina, quelli che oggi nemmeno sembrano in grado di capire il significato della loro gioventù, troppo spesso sprecata (e non sempre è colpa loro, d’altronde, coccolati come sono da famiglie sempre troppo e sempre più comprensive e permissive, per paura di perdere contatti che obiettivamente non è facile tenere nella giusta sintonia, ma che pure andrebbero valorizzati e non sviliti a consuetudine e ricatto).

C’è molta differenza fra il Peppino tredicenne che all’inizio di questo secolo se ne va di casa per imparare a vivere (e costruisce da quella separazione una nuova e matura personalità, fondata sul lavoro che fa crescere e rende grandi, se praticato con tenacia, onestà, intelligenza) e il giovane Holden che fugge on the road senza riuscire a trovare la vera chiave dell’esistenza e deve confessare che il nido familiare non può essere interamente distrutto. Un compaesano coraggioso di Ida Maina firmava un tempo col nome di Holden le sue prove letterarie, poi cercò di far crescere i giovani come lui a pane e poesia, poi se ne andò al Nord a fare il professore, poi è tornato a Casale a sistemare la vecchia casa… Non si tagliano certe radici.

Possono imparare a vivere i nostri giovani, già disillusi senza aver sofferto una vera illusione, misurando la propria esistenza quotidiana che attende la sera del sabato per liberarsi dai fantasmi della verità (negata addirittura in nome di una libertà che lega più squallidamente di ogni altro legame), possono imparare da un loro coetaneo di un secolo fa che credette fortemente in se stesso e si affermò a dispetto dei rovesci della sorte, malgrado le modeste origini non gli assicurassero altro che un modesto lavoro di artigiano? Eppure basta poco per essere qualcuno, nel conformismo imperante: basterebbe essere se stessi, ammesso che si sappia chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo…

Che colpa ne ho / se un accento pietoso mi commuove

se mi irrita e mi turba / un sol gesto mal fido, se mi annoia

l’instabile e il dubbioso / e mi esalta l’eterno divenire?

Che colpa ne ho?… sono un poeta.

Così l'autrice in una poesia di tanto tempo fa.

La lezione di Ida Maina è qui, nel suo romanzo Del mio tempo migliore, dedicato alla memoria di sua madre per raccontare la storia di suo padre, una storia che troverà poi la soluzione (amara purtroppo, e pessimistica) in Vortici, perché si sono perduti quei valori che avevano sorretto prima gli uomini anche quando gli ambienti in cui vivevano non erano i più propizi.

"Se non impariamo a guardare indietro con rispetto e amore, come potremo imparare il segreto per andare avanti?" mi colpirono anni fa queste parole di Archie Shepp, sassofonista jazz che ha sempre coniugato con ugual passione la ricerca nella musica d’avanguardia e la rilettura della tradizione… È che siamo quel che sono stati coloro che ci hanno preceduti (e perciò studiamo i classici e ne facciamo tesoro, delle loro parole soprattutto, che ci facciano luce su come comportarci oggi).

La crescita di Peppino nell’evolversi della trama narrativa, da quando (a nove anni, poco più che un bambino) rubava ciliegie e tirava sassi ai sandonatesi, fino al secondo matrimonio (ormai quasi quarantenne) che lo rilancia nella maturità di uomo, di pater familias, è sempre segnata dal rispetto per le sue origini, per la sua natura di paesano semplice e rude ma aperto e disponibile e pronto a raccogliere quanto di buono offra la vita per migliorare, per distaccarsi dalla stessa appartenenza al paese senza tuttavia rinnegarla; perciò alla fine, anche dopo le tante prove cui l’esistenza lo costringe e che lo segnano indurendone la scorza di individuo fatto da sé, non può cancellare, né lo vorrebbe, quello che, nella memoria del cuore, fanciullo ancora legato ai buoni sentimenti, rimane della sua vita il tempo migliore.

Giuseppe Napolitano