TEMPUS FUGIT
‘l' Associazione è nata in primo luogo per creare questa
rivista, ma anche manifestazioni varie che possono essere sia di tipo
ricreativo che di tipo culturale. Ad esempio qualche manifestazione sportiva
come un torneo di ping- pong, magari molto semplice in modo da essere
accessibile a molti. Oppure una corsa
podistica su strada a livello federale che attiri l'attenzione anche di persone
della provincia e oltre. Ci sarebbe l'idea di produrre qualche concerto di
musica di una certa qualità. Ci sono in cantiere anche altre iniziative, ma
prima di parlarne più concretamente vorremmo che passasse un altro po' di tempo
perchè queste idee sedimentino. Sono tante le cose che vogliamo creare, ma è
ben immaginabile che per questo c'è bisogno di molta collaborazione.’
La redazione ha sede in via per Cascano n. 5 – Casale di Carinola,
tel. 0823-704179 e-mail tempus-fugit@virgilio.it
La rivista, che ha attualmente cessato le pubblicazioni, ha avuto un ruolo importante nella nostra realtà, è stata una voce libera di informazione, democraticamente aperta ai contributi di idee e di espressioni di tutti i nostri concittadini. Pur nella limitatezza dei mezzi ha contribuito certamente al confronto delle idee e per questo vogliamo ringraziare i redattori, gli articolisti e in maniera particolare il direttore Lorenzo Verrengia.
Riportiamo alcuni degli articoli comparsi sulla rivista
INDICE
Di Lorenzo Verrengia
Qualche anno fa un mio collega, mentre parlavamo su
come crescere i figli, mi disse che pretendeva dalle sue bambine che, chiedendo
qualcosa, non lo facessero facendo riferimento direttamente al nome commerciale
del prodotto:” se vogliono una aranciata non devono chiedermi una Fanta o una
Sanpellegrino!”. Gli dissi che era troppo estremista e che nel linguaggio
corrente era ormai consuetudine parlare di Parmacotto o di Nutella, anzi per
perorare ulteriormente quello che affermavo gli dissi “sai che ridere quando un
bambino per chiedere una coca dice “vorrei una bibita analcolica addizionata
con anidride carbonica!”.
Mi sbagliavo! Non vedevo
molto oltre il mio naso. E questa mia e, purtroppo di tanti altri, ottusità ci
ha portato allegramente nelle mani dei plutocrati e dei globalizzatori che in
nome del libero mercato ci ha costretto in catene. Sono catene subliminali,
invisibili, naturalmente, ma non meno robuste di quelle che trattenevano il
buon Vidocq.
Questa nostra ottusità nel
credere che quel che afferma la televisione è sacrosanta verità ci ha
lentamente alienato la mente. Così alla fine noi oggi crediamo che un prodotto,
qualsiasi prodotto, sia esso un alimento, un detersivo o un
elettrodomestico,solo perché venduto in quantità industriale sia migliore di un
altro che per mille motivi non viene esso molto o per niente pubblicizzato.
Ecco allora l’apoteosi degli
spot pubblicitari, degli ipermercati, del 3 x 2, della massificazione: ecco che
vogliono convincerci che, solo perchè venduto in grandi quantità una merendina
pinco pallino è sicuramente più nutriente o, addirittura, più genuina di un
biscotto di pasta frolla fatto in casa. Qualsiasi cosa noi prendiamo in esame
possiamo capire come ci stiano impastoiando: tutto ciò che si vende molto è
bello: ad esempio il disco di . . . . . . . . . . . (che tra l’altro ci ha martellato il sistema
nervoso per tutta l’estate e anche oltre) è più bello dell’ultimo lavoro di L.
Cohen ( e chiedo scusa per l’accostamento).
Purtroppo
però, questo obnubilamento del cervello, questo lento assopimento della mente
grazie ai media a riguardo dei prodotti commerciali è solo la punta di un
immenso iceberg.
Tutto abbiamo sacrificato (o
ci hanno distrutto) in nome di questo finto progresso commerciale: vita a
misura d’uomo, valori morali, capacità di socializzare e soprattutto la
possibilità di una vita più tranquilla, senza doverci preoccupare della seconda
(o terza) auto, della seconda casa, del terzo, quarto o anche quinto
televisore. Perché in virtù di queste “necessità” abbiamo imparato a osservare
lontano, molto lontano, ma nel contempo abbiamo dimenticato di guardare, anche
distrattamente, vicino a noi. Anzi abbiamo fatto di più: il bisogno di
soddisfare questi sfizi, che ci hanno mostrato come bisogni incontrovertibili,
ci hanno dato la scusante morale per la coscienza per poter schiacciare il
vicino, il compagno di banco, il collega; figuriamoci se possiamo preoccuparci
degli etiopici divorati dalla fame e dalle mosche o di qualsiasi altro essere
umano così lontano che, probabilmente non sappiamo neanche dove sia di preciso
sull’atlante.
Questo ingranaggio è così
possente e trascinante che (ed ammetto di sbagliare esprimendo questa mia
sensazione di pessimismo) non credo si potrà arrestare facilmente, ma quanto mi
piace sapere che ci sono persone che si ostinano a pensare con la propria
testa! Quanto mi piace pensare a queste teste come a dei sassolini che si
infilano in questi meccanismi così sofisticati!
Il mondo corre avanti
affannosamente e ciecamente, ma l’unica speranza che esso ha è che si riesca a
fare tutti insieme … un passo indietro!
di Carmine Guarriello
In un periodo storico
caratterizzato da grandi sconvolgimenti internazionali e dal dominio di quel
fenomeno denominato globalizzazione, ci si chiede quale sia la posizione dei
giovani locali nei confronti della politica. Abbiamo pertanto provato a sentire
alcune voci per provare a tracciare un minimo profilo della situazione. E il
dato che emerge è davvero poco rassicurante. Molti dei giovani sentiti, di età
compresa tra i 18 e i 30 anni, dichiara serenamente di “fregarsene della
politica” perché quello che emerge è un quadro appiattito, o per dirla con loro
“sono tutti uguali”. Da una panoramica sul dato politico comunale emerge che
l’età media di chi fa politica attiva è abbastanza elevata. In aula consiliare
siedono 2 soli consiglieri di circa
trent’anni, Polia e Di Lorenzo. Per non parlare poi dei dirigenti di partito,
appartenenti a tutt’altra generazione salve le dovute eccezioni. Ma se proviamo
a chiedere a ragazzi pur “forniti” di una coscienza politica il perché del loro
disimpegno la risposta è che ai giovani viene dato ben poco spazio. Qualche
ragazzo ci ha risposto che ha timore di esporsi, perché ciò potrebbe avere un
costo, e questo ci sembra preoccupante. Non è che ci troviamo a dover assistere
ad un nuovo clientelismo o addirittura a dover riconoscere che questo triste
fenomeno non è mai finito? Molti giovani hanno invece dichiarato di nutrire un
indifferenza per la politica pur ammettendo di votare a destra per desiderio di
cambiare.
I politici di carriera ovviamente negano.
Indubbiamente il disinteresse sembra molte volte sottendere una sfiducia verso
il mondo della politica ma altre volte sono i giovani stessi a mostrare altri interessi, come dire, più attuali. E
così un po’ tutti i partiti si
interrogano in maniera tormentosa sulla causa dello scarso o nullo interesse
dei giovani per la nobile arte politica. Per cercare una spiegazione credibile
andrebbero anche ricercate le basi sociali, sempre a livello locale, di tale fenomeno. E qui
tentiamo una breve analisi: una quantità ormai considerevole di giovani sta
nutrendo un nuovo fenomeno di emigrazione verso il nord Italia, motivo la
ricerca di quel lavoro che qui manca o è solo per i “soliti noti”. Chi rimane
in loco lo fa per un paio o poco più di motivi, e cioè: ragioni di studio in attesa
di sistemarsi forse anche in questo caso altrove, oppure una condizione
familiare che consente di “temporeggiare”, esemplificando: genitori pensionati
o con un buon lavoro che sovvenzionano magari con piacere la prole intanto a
spasso. Oltre ovviamente a chi già con buone basi può consentirsi di restare
nel nostro territorio. Da ciò viene allora spontanea anche una spiegazione
plausibile al disimpegno giovanile. Ci si metta poi tutto il resto, la
televisione e le sue deformazioni, le vicende politiche degli ultimi anni, una
classe politica che mantiene pessimi rapporti con i giovani e il gioco è fatto.
Antonio, un ragazzo che si dichiara di sinistra, ci dice: “Non riesco a
guardare con interesse alla politica attiva perché fa un gran parlare ma manca nella fase decisionale. Mi sembra che
le questioni di potere personale abbiano preso un enorme sopravvento sui temi
reali della politica. Perciò preferisco guardare con interesse al fenomeno no-
global”. E qui Antonio ci passa la palla per rilevare in effetti che qualcosa,
come direbbe Galileo “eppur si muove”.
Stiamo
assistendo infatti a fenomeni che stanno mobilitando migliaia di ragazzi
attorno a tematiche di ampio respiro politico: arretratezza dei paesi poveri,
precarietà del lavoro, politiche sociali e femminili. Questioni che per anni
sono state di stretto appannaggio dei governanti vengono ridiscusse e
contestate da giovani che dimostrano di avere di nuovo una spiccata coscienza
sociale. Anche tra i giovani cattolici queste tematiche sono di grande attualità
e ciò dimostra che non si vuole più affidare una delega in bianco ai
rappresentanti ma si vuole fortemente una nuova partecipazione a ciò che ci sta
intorno. Ora bisogna vedere in che modo anche tra i giovani delle province e
del nostro stesso comune questa nuova voglia di attivismo avrà riscontro. Sarà
compito anche dei politi mestieranti aprire a queste istanze e saper accogliere
le richieste di quella che dovrà essere la futura classe dirigente. La politica
potrebbe o meglio dovrebbe essere una cosa di molti con risultati positivi per
tutta la collettività.
di Gloria Pugliatti
Quando giovane sposa, venni ad abitare a Casale, mi
meravigliai moltissimo della
diversa condizione femminile che
vi trovai rispetto alla città; mi sembrò di essere stata trasportata indietro nel tempo. Ricordo che mia suocera
mi raccomandava di non entrare nel bar
a prendere qualcosa, perchè
"pareva brutto", e mi diceva di non fumare per strada.
All'inizio non uscivo per il paese e appena possibile me
ne andavo a Napoli; poi col passare del tempo, cominciai a crearmi delle
amicizie e a vivere di più la vita di Casale. Oggi alcune cose sono cambiate,
ma altre (le più importanti , secondo me), sono rimaste le stesse.
Ci sono donne
in paese che non possono prendere la patente, perché i mariti o i fidanzati non vogliono, altre
che non possono lavorare sempre a causa dei loro compagni che sono gelosi. Ma
di che poi? Di qualcuno che le guardi o
che dimostrino di essere più brave di loro?
Anche interessarsi di politica viene ritenuto una cosa da
uomini e le stesse donne non ritengono di doversi ribellare a questa
realtà, perchè sono le prime a ritenerlo giusto!
Tutto questo fa sì
che molte donne vivano una realtà molto striminzita preoccupandosi solo della loro casa e dei figli e facendo del
pettegolezzo o delle ultime puntate dei vari serials televisivi il loro unico
argomento di conversazione.
Questo va combattuto duramente; dobbiamo lottare tutti
insieme, affinchè le donne occupino con dignità il posto che spetta loro nella
società in cui viviamo.
Dobbiamo coinvolgerle in tutti quegli aspetti politici e
sociali per dimostrare che la vita non è l'apatica aspettativa della vecchiaia
e della morte, ma è partecipazione e
interessamento di tutti quegli aspetti che come in un caleidoscopio formano la vita stessa.
Di
Giuseppe La Vecchia
“Ci saranno altri giorni
altre voci e
risvegli…”
C. Pavese
“Dormono, dormono sulla collina…” potrebbe sicuramente cantare De Andrè o
declamare Lee Master in questo atipicamente caldo pomeriggio di novembre e in
un posto come questo in cui mio trovo. Certamente non ricorda i boothills
americani, così verdi e rilassanti, anzi al contrario sembra figlio di una
caotica speculazione edilizia; neppure sorge in collina, al contrario è in
pianura e forse addirittura in una depressione, ma al pari di questi e di ogni
altro cimitero al mondo emana sacralità e decoro. Ogni sepoltura, da quella
contraddistinta da una umile e semplice croce in ferro o in marmo, a quella
tumulata in pompose ed a volte pacchiane tombe a più piani, merita rispetto e
dignità. Qui la vanità, l’ipocrisia, la falsità non sono mai entrate e mai
entreranno. Osservo le foto sulle lapidi, foto di vecchi, di giovani, bambini;
foto di cari, di conoscenti, di parenti.
E
ad un tratto, silenzioso, allarmato e insistito come il suggerire dei compagni
di classe, mi arriva il ricordo degli amici che non potranno più rispondere
all’appello fatto dalla vita. Assenti. Assenti, però, con tanto di giustificazione:
quella della morte.
Geniali e ribelli scolari che hanno marinato
per sempre la vita. Li nomino qui, adesso, nel registro della mia memoria e
considero: per quale motivo sono sempre quelli più interessanti, i più fecondi
e smaniosi a riempire i fogli dei libretti delle assenze? Che vi sia forse
qualcosa d’olistico in tutto ciò? Una morale nascosta?
Che sia il cercare di deragliare dai grigi e
anonimi binari della vita quotidiana un peccato di superbia?
E che a noi mediocri in compenso, per le
nostre scarse inquietudini e “curiosità”, per la nostra scarsa propensione
all’osare, ci sia concesso qualche giorno in più di vita? O è vero il
contrario: “Caro è agli Dei colui che muore giovane”? Non lo so, nè mi picco di
darci risposta; so solo che giovani menti, ironiche ed acute, ora abitano
suburbi di morte. Rivoluzionari in vita, conservati nella morte.
Non hanno avuto la pazienza di consumarsi
lentamente e, vecchi e stanchi, giungere a fine corso. No, loro se ne sono
andati veloci e improvvisi in una guizzante fiammata. Chi bruciato dal fuoco
etilico di una bottiglia, chi dai giri eccessivi di un grintoso motore, chi
dalla sregolata crescita di maligne cellule.
Vivide
scintille di saldanti catodi che lasciano lacrimanti e dolorosi gli occhi di
chi li ha fissati con insistente amore. Li rivedo, ironici e sarcastici,
mescolare liquori e battute; impegnati in infuocate discussioni smontare, sui
far della notte, ataviche e convenzionali convinzioni. E sempre con fare arguto
e disarmante, mai maleducato ed offensivo.
E forse per questo sto sporcando con lettere,
sillabe, parole, frasi queste pagine. Per raccontare la storia di un uomo e i
suoi amici, prima e dopo tutti i disastri materiali, morali, spirituali,
matrimoniali, professionali, ideologici, religiosi, sentimentali e familiari,
da cui si salva solo la cellula originaria dell’amicizia: timida e tenace come
la vita, duratura come la morte.
Riapro il registro della mia memoria e
m’accingo a fare l’appello; in ordine rigorosamente cronologico, ma non da alfa
ad omega, no all’incontrano: da omega ad alfa. Non per data di nascita , ma per
data di morte.
Ed uno alla volta, muovendosi con decisione
verso di me, rispondono prontamente: “Presente”! Adesso mi sono tutti intorno e
mi fissano con quel sorriso a metà tra lo sfottò e la commiserazione. E lui,
leader naturale sia in vita che in morte, dandomi una
pacca sulle spalle mi dice: “Ne cullè, ra vuò fenì re perde tiempu. Sussite,
jammucenne! La lezione è fenita”.
“Ciò che c’è di tragico
nella morte, è che
trasforma la nostra vita in destino.”
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di Emiliano Polia
Tra i vari provvedimenti che il Governo Berlusconi
ha adottato nei suoi primi sette mesi di attività ve ne è uno che presenta vari
aspetti di effettiva positività: la cosiddetta Tremonti-bis.
Il primo elemento di positività è quello previsto
dalle intenzioni del legislatore: le aziende che applicheranno gli standard
previsti dalla Tremonti-bis ne trarranno indubbi benefici producendo a medio
termine uno speriamo accettabile indotto occupazionale.
L’utilità della Tremonti-bis si manifesta, poi, in
quello che costituisce il secondo aspetto positivo del provvedimento: la
316/2001 rappresenta infatti un esempio di differenza tra politiche di destra e
politiche di sinistra.
Una convinzione sempre più diffusa considera infatti
ormai poco percettibile la distanza tra i poli della politica nostrana: troppo
simili nel loro assoggettarsi alle leggi dell’economia del libero mercato
(parola una volta bandita in varie aree
dei due schieramenti), troppo simili nel loro condividere la concezione
di sviluppo economico come direttamente proporzionale alla modernizzazione e
all’avanzamento dell’imprenditoria.
Che differenza può intercorrere, dicono in molti,
tra due concezioni di società in cui non esiste più la contrapposizione
pubblico-privato che per tanti anni aveva diviso le politiche socialiste di
sinistra dalle politiche liberiste di destra?
In effetti per rispondere a questa domanda è
necessario analizzare alcuni provvedimenti presi dai governi Prodi, D’Alema e
Amato e confrontarli proprio con la Tremonti-bis.
Facciamo l’esempio della 608 e della Legge Treu.
Queste
azioni sono tese a favorire l’imprenditoria come la Tremonti-bis. Ma hanno una
sostanziale differenza con la 316/2001, e precisamente nella definizione dei beneficiari.
Mentre infatti la Tremonti-bis è sfruttabile solamente da imprese già esistenti
e provoca benefici direttamente proporzionali ai profitti che tali aziende
hanno già maturato negli ultimi anni, tutte le leggi promosse dai 3 governi che
hanno preceduto quello Berlusconi si rivolgevano a imprese ancora in fase di
sturt-up e a soggetti che ancora dovevano avviare la loro intrapresa.
Vi
è, in definitiva, una differenza concettuale e ancor prima una differenza
culturale: coloro che si gioveranno maggiormante della Tremonti saranno i
titolari della grandi aziende italiane, i grandi gruppi finanziari, le imprese
di maggior spicco e di maggior ricchezza. La 608 e la legge Treu saranno invece
sfruttate da giovani che una loro impresa non l’avrebbero mai potuta aprire in
quanto impossibilitati ad investire somme sufficienti.
La prima, nonostante gli indubbi benefici che
apporterà, aumenterà ancora il divario tra i grandi gruppi e le nuove realtà,
le leggi del centro-sinistra serviranno per abbattere alcune barriere di ordine
economico che ancora sussistono e che impediscono a molti giovani di esprimere
la loro creatività economica.
Le differenze, la Tremonti-bis, ce le ha fatte
notare. Le differenze risiedono nella parola “eguaglianza”, che anche in una
sinistra moderna non segna mai il passo, non diventa mai “retrò”. Neanche
quando, in una concezione attuale, eguaglianza significa partire tutti allo
stesso livello nell’inserimento nel mercato comune e globale.
Di questo, la Tremonti e Tremonti, se ne disinteressano
apertamente.
Vademecum per trovare lavoro
di
Carmine Guarriello
L’art. 1 della nostra Carta Costituzionale recita: “L’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro”; il 1°comma dell’art.4 conferma: “ La Repubblica riconosce a tutti
i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo
questo diritto”.
Purtroppo si sa che queste norme, così come altre,
sono rimaste pure enunciazioni di principio. Ma qual’è la situazione dalle
nostre parti? Com’è noto, è difficile trovare lavoro perché il dato
occupazionale nella nostra provincia è uno dei peggiori del nostro paese , ma
ogni tanto qualcosa di positivo si
affaccia all’orizzonte. Ma come bisogna fare a questo punto a trovare lavoro?
Inutile dire che la quasi totalità dei posti di lavoro assegnati in zona
avviene per assunzione diretta, e ciò la dice lunga. Le stesse agenzie di
lavoro interinale presenti sul territorio, che dovrebbero favorire l’incontro
tra domanda e offerta, sono dei semplici
passaggi obbligati al servizio dei potenti. Mi spiego meglio: chi attraverso il
referente, di cui parleremo tra poco, trova lavoro viene mandato a iscriversi
ad una di queste agenzie, per ovvi motivi di convenienza (contratti di lavoro
meno onerosi), e quindi chiamato dal datore con chiamata nominale. I tanti
iscritti di propria iniziativa restano invece al palo in attesa di qualche
improbabile offerta non assegnata con la procedura di cui sopra. Credo sia
giunta l’ora di illustrare la figura del referente, così come ho ribattezzato
colui il quale “raccomanda”, usando uno
dei verbi più conosciuti e utilizzati quando si tratta di lavoro.
Dalle
nostre parti e non solo, il discorso vale da Roma perlomeno alla punta estrema
della Sicilia, Eolie comprese, ogni fase politica vede emergere alcuni punti di
riferimento, spesso uomini politici, che grazie alle loro personali conoscenze
hanno la facoltà di indirizzare le persone verso un occupazione . Le conoscenze
sono frutto di gestioni private ma soprattutto pubbliche, che attraverso una
fitta rete di rapporti veicola favori reciproci. Se si va ad analizzare poi
l’area fruitrice di tali benefici ci accorgiamo che essa è limitata ad una
ristretta cerchia, quasi sempre soggetti provenienti dalle famiglie più agiate
che monopolizzano i circuiti che contano. Se poi andiamo alla ricerca dei
vincoli concreti e degli altri motivi che discriminano tra individui
appartenenti a strati sociali differenti, i fattori da prendere in
considerazione sono diversi. A parte l’ereditarietà della ricchezza, gli altri
sono riassumibili nella formula: chi ha origini agiate può sfruttare le
relazioni sociali privilegiate della famiglia. Dove per relazioni privilegiate s’intende: 1) la
possibilità di venire a conoscenza di occasioni di lavoro più agevoli e
proficue tramite contatti esclusivi; 2) la possibilità di rientrare nei settori
di reclutamento tendenzialmente chiusi di alcune professioni (le famigerate
caste- notai, medici, farmacisti…); 3) la possibilità di sviluppare alcuni
comportamenti relazionali (habitus mentali) utili in sede di reclutamento del
personale; 4) la possibilità, appunto,
di sfruttare le “conoscenze” o raccomandazioni.
Insomma un sistema nel quale si
tessono trame spesso nemmeno troppo velate tese a rafforzare il potere di
qualcuno.
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