TEMPUS FUGIT

l' Associazione è nata in primo luogo per creare questa rivista, ma anche manifestazioni varie che possono essere sia di tipo ricreativo che di tipo culturale. Ad esempio qualche manifestazione sportiva come un torneo di ping- pong, magari molto semplice in modo da essere accessibile a molti.  Oppure una corsa podistica su strada a livello federale che attiri l'attenzione anche di persone della provincia e oltre. Ci sarebbe l'idea di produrre qualche concerto di musica di una certa qualità. Ci sono in cantiere anche altre iniziative, ma prima di parlarne più concretamente vorremmo che passasse un altro po' di tempo perchè queste idee sedimentino. Sono tante le cose che vogliamo creare, ma è ben immaginabile che per questo c'è bisogno di molta collaborazione.’

 
La redazione ha sede in via per Cascano n. 5 – Casale di Carinola, tel. 0823-704179     e-mail tempus-fugit@virgilio.it

 

La rivista, che ha attualmente cessato le pubblicazioni, ha avuto un ruolo importante nella nostra realtà, è stata una voce libera di informazione, democraticamente aperta ai contributi di idee e di espressioni di tutti i nostri concittadini.    Pur nella limitatezza dei mezzi ha contribuito certamente al confronto delle idee e per questo vogliamo ringraziare i redattori, gli articolisti e in maniera particolare il direttore Lorenzo Verrengia.

 

Riportiamo alcuni degli articoli comparsi sulla rivista

 

INDICE

 

 

numero 0

Logo? No, grazie!

La politica latente

Gelosia o paura?

Dormono...

gennaio 2002

Destra e Sinistra: differenze.

Breve storia della raccomandazione

Perchè?

La piaga del randagismo.

Presenza e attualità del passato in Casale di Carinola

(la cappella di S. Paolo)

febbraio

Intervista al sindaco del Comune di Carinola Pasquale Di Biasio

I garanti della Terra

Guardie e ladri

Caro papà, cara mamma, cara maestra… .‘GUARDA!’

marzo

Il nulla non può essere odiato

aprile

cultura e passioni

I buoni e i cattivi

Intervista al Preside Federico De Santo

PICCOLI ARTISTI ALLA SCUOLA ELEMENTARE

La voce dei Bambini: i cani randagi, prigionieri nelle gabbie degli uccelli

Luglio-agosto

INTERVISTA AL SINDACO DI SESSA AURUNCA ELIO MESCHINELLI

SE UNA SERA D’ESTATE UN VIAGGIATORE ..

Perché non ce ne siamo rimasti a casa nostra?

settembre

i fabbricati rurali del comune di Carinola

ottobre

la festa della vendemmia: qualche riflessione

novembre

speciale festa dell'Unità  scusate il ritardo

lettere

gennaio 2003

noi figli dei magi   sacra rappresentazione

'ce steva na vota'       lettere

 

 

 

 

numero 0

 

Logo? No, grazie!

Di Lorenzo Verrengia

 

Qualche anno fa un mio collega, mentre parlavamo su come crescere i figli, mi disse che pretendeva dalle sue bambine che, chiedendo qualcosa, non lo facessero facendo riferimento direttamente al nome commerciale del prodotto:” se vogliono una aranciata non devono chiedermi una Fanta o una Sanpellegrino!”. Gli dissi che era troppo estremista e che nel linguaggio corrente era ormai consuetudine parlare di Parmacotto o di Nutella, anzi per perorare ulteriormente quello che affermavo gli dissi “sai che ridere quando un bambino per chiedere una coca dice “vorrei una bibita analcolica addizionata con anidride carbonica!”.

Mi sbagliavo! Non vedevo molto oltre il mio naso. E questa mia e, purtroppo di tanti altri, ottusità ci ha portato allegramente nelle mani dei plutocrati e dei globalizzatori che in nome del libero mercato ci ha costretto in catene. Sono catene subliminali, invisibili, naturalmente, ma non meno robuste di quelle che trattenevano il buon Vidocq.

Questa nostra ottusità nel credere che quel che afferma la televisione è sacrosanta verità ci ha lentamente alienato la mente. Così alla fine noi oggi crediamo che un prodotto, qualsiasi prodotto, sia esso un alimento, un detersivo o un elettrodomestico,solo perché venduto in quantità industriale sia migliore di un altro che per mille motivi non viene esso molto o per niente pubblicizzato.

Ecco allora l’apoteosi degli spot pubblicitari, degli ipermercati, del 3 x 2, della massificazione: ecco che vogliono convincerci che, solo perchè venduto in grandi quantità una merendina pinco pallino è sicuramente più nutriente o, addirittura, più genuina di un biscotto di pasta frolla fatto in casa. Qualsiasi cosa noi prendiamo in esame possiamo capire come ci stiano impastoiando: tutto ciò che si vende molto è bello: ad esempio il disco di . . . . . . . . . . .  (che tra l’altro ci ha martellato il sistema nervoso per tutta l’estate e anche oltre) è più bello dell’ultimo lavoro di L. Cohen ( e chiedo scusa per l’accostamento).

Purtroppo però, questo obnubilamento del cervello, questo lento assopimento della mente grazie ai media a riguardo dei prodotti commerciali è solo la punta di un immenso iceberg.

Tutto abbiamo sacrificato (o ci hanno distrutto) in nome di questo finto progresso commerciale: vita a misura d’uomo, valori morali, capacità di socializzare e soprattutto la possibilità di una vita più tranquilla, senza doverci preoccupare della seconda (o terza) auto, della seconda casa, del terzo, quarto o anche quinto televisore. Perché in virtù di queste “necessità” abbiamo imparato a osservare lontano, molto lontano, ma nel contempo abbiamo dimenticato di guardare, anche distrattamente, vicino a noi. Anzi abbiamo fatto di più: il bisogno di soddisfare questi sfizi, che ci hanno mostrato come bisogni incontrovertibili, ci hanno dato la scusante morale per la coscienza per poter schiacciare il vicino, il compagno di banco, il collega; figuriamoci se possiamo preoccuparci degli etiopici divorati dalla fame e dalle mosche o di qualsiasi altro essere umano così lontano che, probabilmente non sappiamo neanche dove sia di preciso sull’atlante.

Questo ingranaggio è così possente e trascinante che (ed ammetto di sbagliare esprimendo questa mia sensazione di pessimismo) non credo si potrà arrestare facilmente, ma quanto mi piace sapere che ci sono persone che si ostinano a pensare con la propria testa! Quanto mi piace pensare a queste teste come a dei sassolini che si infilano in questi meccanismi così sofisticati!

Il mondo corre avanti affannosamente e ciecamente, ma l’unica speranza che esso ha è che si riesca a fare tutti insieme … un passo indietro!

 

 

 

La politica latente

di Carmine Guarriello

 

In un periodo storico caratterizzato da grandi sconvolgimenti internazionali e dal dominio di quel fenomeno denominato globalizzazione, ci si chiede quale sia la posizione dei giovani locali nei confronti della politica. Abbiamo pertanto provato a sentire alcune voci per provare a tracciare un minimo profilo della situazione. E il dato che emerge è davvero poco rassicurante. Molti dei giovani sentiti, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, dichiara serenamente di “fregarsene della politica” perché quello che emerge è un quadro appiattito, o per dirla con loro “sono tutti uguali”. Da una panoramica sul dato politico comunale emerge che l’età media di chi fa politica attiva è abbastanza elevata. In aula consiliare siedono  2 soli consiglieri di circa trent’anni, Polia e Di Lorenzo. Per non parlare poi dei dirigenti di partito, appartenenti a tutt’altra generazione salve le dovute eccezioni. Ma se proviamo a chiedere a ragazzi pur “forniti” di una coscienza politica il perché del loro disimpegno la risposta è che ai giovani viene dato ben poco spazio. Qualche ragazzo ci ha risposto che ha timore di esporsi, perché ciò potrebbe avere un costo, e questo ci sembra preoccupante. Non è che ci troviamo a dover assistere ad un nuovo clientelismo o addirittura a dover riconoscere che questo triste fenomeno non è mai finito? Molti giovani hanno invece dichiarato di nutrire un indifferenza per la politica pur ammettendo di votare a destra per desiderio di cambiare.

I politici di carriera ovviamente negano. Indubbiamente il disinteresse sembra molte volte sottendere una sfiducia verso il mondo della politica ma altre volte sono i giovani stessi a mostrare  altri interessi, come dire, più attuali. E così un po’ tutti  i partiti si interrogano in maniera tormentosa sulla causa dello scarso o nullo interesse dei giovani per la nobile arte politica. Per cercare una spiegazione credibile andrebbero anche ricercate le basi sociali, sempre  a livello locale, di tale fenomeno. E qui tentiamo una breve analisi: una quantità ormai considerevole di giovani sta nutrendo un nuovo fenomeno di emigrazione verso il nord Italia, motivo la ricerca di quel lavoro che qui manca o è solo per i “soliti noti”. Chi rimane in loco lo fa per un paio o poco più di motivi, e cioè: ragioni di studio in attesa di sistemarsi forse anche in questo caso altrove, oppure una condizione familiare che consente di “temporeggiare”, esemplificando: genitori pensionati o con un buon lavoro che sovvenzionano magari con piacere la prole intanto a spasso. Oltre ovviamente a chi già con buone basi può consentirsi di restare nel nostro territorio. Da ciò viene allora spontanea anche una spiegazione plausibile al disimpegno giovanile. Ci si metta poi tutto il resto, la televisione e le sue deformazioni, le vicende politiche degli ultimi anni, una classe politica che mantiene pessimi rapporti con i giovani e il gioco è fatto. Antonio, un ragazzo che si dichiara di sinistra, ci dice: “Non riesco a guardare con interesse alla politica attiva perché fa un gran parlare ma  manca nella fase decisionale. Mi sembra che le questioni di potere personale abbiano preso un enorme sopravvento sui temi reali della politica. Perciò preferisco guardare con interesse al fenomeno no- global”. E qui Antonio ci passa la palla per rilevare in effetti che qualcosa, come direbbe Galileo “eppur si muove”.

Stiamo assistendo infatti a fenomeni che stanno mobilitando migliaia di ragazzi attorno a tematiche di ampio respiro politico: arretratezza dei paesi poveri, precarietà del lavoro, politiche sociali e femminili. Questioni che per anni sono state di stretto appannaggio dei governanti vengono ridiscusse e contestate da giovani che dimostrano di avere di nuovo una spiccata coscienza sociale. Anche tra i giovani cattolici queste tematiche sono di grande attualità e ciò dimostra che non si vuole più affidare una delega in bianco ai rappresentanti ma si vuole fortemente una nuova partecipazione a ciò che ci sta intorno. Ora bisogna vedere in che modo anche tra i giovani delle province e del nostro stesso comune questa nuova voglia di attivismo avrà riscontro. Sarà compito anche dei politi mestieranti aprire a queste istanze e saper accogliere le richieste di quella che dovrà essere la futura classe dirigente. La politica potrebbe o meglio dovrebbe essere una cosa di molti con risultati positivi per tutta la collettività.

 

 

 

Gelosia o paura?

di Gloria Pugliatti

 

Quando giovane sposa, venni ad abitare a Casale, mi meravigliai moltissimo della  diversa  condizione femminile che vi trovai rispetto alla città; mi sembrò di essere stata trasportata  indietro nel tempo. Ricordo che mia suocera mi raccomandava di  non entrare nel bar a  prendere qualcosa,  perchè  "pareva brutto", e mi diceva di non fumare per strada.

All'inizio non uscivo per il paese e appena possibile me ne andavo a Napoli; poi col passare del tempo, cominciai a crearmi delle amicizie e a vivere di più la vita di Casale. Oggi alcune cose sono cambiate, ma altre (le più importanti , secondo me), sono rimaste le stesse.

Ci sono donne in paese che non possono prendere la patente, perché  i mariti o i fidanzati non vogliono, altre che non possono lavorare sempre a causa dei loro compagni che sono gelosi. Ma di che poi?  Di qualcuno che le guardi o che dimostrino di essere più brave di loro?

Anche interessarsi di politica viene ritenuto una cosa da uomini e le stesse donne non ritengono di doversi ribellare a questa realtà,  perchè  sono le prime a ritenerlo giusto!

Tutto questo fa  sì che molte donne vivano una realtà molto striminzita preoccupandosi solo della  loro casa e dei figli e facendo del pettegolezzo o delle ultime puntate dei vari serials televisivi il loro unico argomento di conversazione.

Questo va combattuto duramente; dobbiamo lottare tutti insieme, affinchè le donne occupino con dignità il posto che spetta loro nella società in cui viviamo.

Dobbiamo coinvolgerle in tutti quegli aspetti politici e sociali per dimostrare che la vita non è l'apatica aspettativa della vecchiaia e della morte, ma è partecipazione e  interessamento di tutti quegli aspetti che come in un  caleidoscopio formano la vita stessa.



 


 

Dormono...

Di Giuseppe La Vecchia

“Ci saranno altri giorni

altre voci e risvegli…”

C. Pavese

 

 

Dormono, dormono sulla collina…”  potrebbe sicuramente cantare De Andrè o declamare Lee Master in questo atipicamente caldo pomeriggio di novembre e in un posto come questo in cui mio trovo. Certamente non ricorda i boot­hills americani, così verdi e rilassanti, anzi al contrario sembra figlio di una caotica speculazione edilizia; neppure sorge in collina, al contrario è in pianura e forse addirittura in una depressione, ma al pari di questi e di ogni altro cimitero al mondo emana sacralità e decoro. Ogni sepoltura, da quella contraddistinta da una umile e semplice croce in ferro o in marmo, a quella tumulata in pompose ed a volte pacchiane tombe a più piani, merita rispetto e dignità. Qui la vanità, l’ipocrisia, la falsità non sono mai entrate e mai entreranno. Osservo le foto sulle lapidi, foto di vecchi, di giovani, bambini; foto di cari, di conoscenti, di parenti.

E ad un tratto, silenzioso, allarmato e insistito come il suggerire dei compagni di classe, mi arriva il ricordo degli amici che non potranno più rispondere all’appello fatto dalla vita. Assenti. Assenti, però, con tanto di giustificazione: quella della morte.

Geniali e ribelli scolari che hanno marinato per sempre la vita. Li nomino qui, adesso, nel registro della mia memoria e considero: per quale motivo sono sempre quelli più interessanti, i più fecondi e smaniosi a riempire i fogli dei libretti delle assenze? Che vi sia forse qualcosa d’olistico in tutto ciò? Una morale nascosta?

Che sia il cercare di deragliare dai grigi e anonimi binari della vita quotidiana un peccato di superbia?

E che a noi mediocri in compenso, per le nostre scarse inquietudini e “curiosità”, per la nostra scarsa propensione all’osare, ci sia concesso qualche giorno in più di vita? O è vero il contrario: “Caro è agli Dei colui che muore giovane”? Non lo so, nè mi picco di darci risposta; so solo che giovani menti, ironiche ed acute, ora abitano suburbi di morte. Rivoluzionari in vita, conservati nella morte.

Non hanno avuto la pazienza di consumarsi lentamente e, vecchi e stanchi, giungere a fine corso. No, loro se ne sono andati veloci e improvvisi in una guizzante fiammata. Chi bruciato dal fuoco etilico di una bottiglia, chi dai giri eccessivi di un grintoso motore, chi dalla sregolata crescita di maligne cellule.

Vivide scintille di saldanti catodi che lasciano lacrimanti e dolorosi gli occhi di chi li ha fissati con insistente amore. Li rivedo, ironici e sarcastici, mescolare liquori e battute; impegnati in infuocate discussioni smontare, sui far della notte, ataviche e convenzionali convinzioni. E sempre con fare arguto e disarmante, mai maleducato ed offensivo.

E forse per questo sto sporcando con lettere, sillabe, parole, frasi queste pagine. Per raccontare la storia di un uomo e i suoi amici, prima e dopo tutti i disastri materiali, morali, spirituali, matrimoniali, professionali, ideologici, religiosi, sentimentali e familiari, da cui si salva solo la cellula originaria dell’amicizia: timida e tenace come la vita, duratura come la morte.

Riapro il registro della mia memoria e m’accingo a fare l’appello; in ordine rigorosamente cronologico, ma non da alfa ad omega, no all’incontrano: da omega ad alfa. Non per data di nascita , ma per data di morte.

Ed uno alla volta, muovendosi con decisione verso di me, rispondono prontamente: “Presente”! Adesso mi sono tutti intorno e mi fissano con quel sorriso a metà tra lo sfottò e la commiserazione. E lui, leader naturale sia in vita che in morte, dandomi una pacca sulle spalle mi dice: “Ne cullè, ra vuò fenì re perde tiempu. Sussite, jammucenne! La lezione è fenita”.

                                                         “Ciò che c’è di tragico nella morte, è che

                                                                  trasforma la nostra vita in destino.”

 

 

 

_________________________________________________________________________

gennaio

 

 

Destra e Sinistra: differenze.

di Emiliano Polia

 

Tra i vari provvedimenti che il Governo Berlusconi ha adottato nei suoi primi sette mesi di attività ve ne è uno che presenta vari aspetti di effettiva positività: la cosiddetta Tremonti-bis.

Il primo elemento di positività è quello previsto dalle intenzioni del legislatore: le aziende che applicheranno gli standard previsti dalla Tremonti-bis ne trarranno indubbi benefici producendo a medio termine uno speriamo accettabile indotto occupazionale.

L’utilità della Tremonti-bis si manifesta, poi, in quello che costituisce il secondo aspetto positivo del provvedimento: la 316/2001 rappresenta infatti un esempio di differenza tra politiche di destra e politiche di sinistra.

Una convinzione sempre più diffusa considera infatti ormai poco percettibile la distanza tra i poli della politica nostrana: troppo simili nel loro assoggettarsi alle leggi dell’economia del libero mercato (parola una volta bandita in varie aree  dei due schieramenti), troppo simili nel loro condividere la concezione di sviluppo economico come direttamente proporzionale alla modernizzazione e all’avanzamento dell’imprenditoria.

Che differenza può intercorrere, dicono in molti, tra due concezioni di società in cui non esiste più la contrapposizione pubblico-privato che per tanti anni aveva diviso le politiche socialiste di sinistra dalle politiche liberiste di destra?

In effetti per rispondere a questa domanda è necessario analizzare alcuni provvedimenti presi dai governi Prodi, D’Alema e Amato e confrontarli proprio con la Tremonti-bis.

Facciamo l’esempio della 608 e della Legge Treu.

Queste azioni sono tese a favorire l’imprenditoria come la Tremonti-bis. Ma hanno una sostanziale differenza con la 316/2001, e precisamente nella definizione dei beneficiari. Mentre infatti la Tremonti-bis è sfruttabile solamente da imprese già esistenti e provoca benefici direttamente proporzionali ai profitti che tali aziende hanno già maturato negli ultimi anni, tutte le leggi promosse dai 3 governi che hanno preceduto quello Berlusconi si rivolgevano a imprese ancora in fase di sturt-up e a soggetti che ancora dovevano avviare la loro intrapresa.

Vi è, in definitiva, una differenza concettuale e ancor prima una differenza culturale: coloro che si gioveranno maggiormante della Tremonti saranno i titolari della grandi aziende italiane, i grandi gruppi finanziari, le imprese di maggior spicco e di maggior ricchezza. La 608 e la legge Treu saranno invece sfruttate da giovani che una loro impresa non l’avrebbero mai potuta aprire in quanto impossibilitati ad investire somme sufficienti.

La prima, nonostante gli indubbi benefici che apporterà, aumenterà ancora il divario tra i grandi gruppi e le nuove realtà, le leggi del centro-sinistra serviranno per abbattere alcune barriere di ordine economico che ancora sussistono e che impediscono a molti giovani di esprimere la loro creatività economica.

Le differenze, la Tremonti-bis, ce le ha fatte notare. Le differenze risiedono nella parola “eguaglianza”, che anche in una sinistra moderna non segna mai il passo, non diventa mai “retrò”. Neanche quando, in una concezione attuale, eguaglianza significa partire tutti allo stesso livello nell’inserimento nel mercato comune e globale.

Di questo, la Tremonti e Tremonti, se ne disinteressano apertamente.

 

 

 

Breve storia della raccomandazione

Vademecum per trovare lavoro

di Carmine Guarriello

 

L’art. 1 della nostra Carta Costituzionale    recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; il 1°comma dell’art.4   conferma: “ La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Purtroppo si sa che queste norme, così come altre, sono rimaste pure enunciazioni di principio. Ma qual’è la situazione dalle nostre parti? Com’è noto, è difficile trovare lavoro perché il dato occupazionale nella nostra provincia è uno dei peggiori del nostro paese , ma ogni tanto qualcosa di positivo  si affaccia all’orizzonte. Ma come bisogna fare a questo punto a trovare lavoro? Inutile dire che la quasi totalità dei posti di lavoro assegnati in zona avviene per assunzione diretta, e ciò la dice lunga. Le stesse agenzie di lavoro interinale presenti sul territorio, che dovrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta,  sono dei semplici passaggi obbligati al servizio dei potenti. Mi spiego meglio: chi attraverso il referente, di cui parleremo tra poco, trova lavoro viene mandato a iscriversi ad una di queste agenzie, per ovvi motivi di convenienza (contratti di lavoro meno onerosi), e quindi chiamato dal datore con chiamata nominale. I tanti iscritti di propria iniziativa restano invece al palo in attesa di qualche improbabile offerta non assegnata con la procedura di cui sopra. Credo sia giunta l’ora di illustrare la figura del referente, così come ho ribattezzato colui il quale “raccomanda”,  usando uno dei verbi più conosciuti e utilizzati quando si tratta di lavoro.

Dalle nostre parti e non solo, il discorso vale da Roma perlomeno alla punta estrema della Sicilia, Eolie comprese, ogni fase politica vede emergere alcuni punti di riferimento, spesso uomini politici, che grazie alle loro personali conoscenze hanno la facoltà di indirizzare le persone verso un occupazione . Le conoscenze sono frutto di gestioni private ma soprattutto pubbliche, che attraverso una fitta rete di rapporti veicola favori reciproci. Se si va ad analizzare poi l’area fruitrice di tali benefici ci accorgiamo che essa è limitata ad una ristretta cerchia, quasi sempre soggetti provenienti dalle famiglie più agiate che monopolizzano i circuiti che contano. Se poi andiamo alla ricerca dei vincoli concreti e degli altri motivi che discriminano tra individui appartenenti a strati sociali differenti, i fattori da prendere in considerazione sono diversi. A parte l’ereditarietà della ricchezza, gli altri sono riassumibili nella formula: chi ha origini agiate può sfruttare le relazioni sociali privilegiate della famiglia. Dove  per relazioni privilegiate s’intende: 1) la possibilità di venire a conoscenza di occasioni di lavoro più agevoli e proficue tramite contatti esclusivi; 2) la possibilità di rientrare nei settori di reclutamento tendenzialmente chiusi di alcune professioni (le famigerate caste- notai, medici, farmacisti…); 3) la possibilità di sviluppare alcuni comportamenti relazionali (habitus mentali) utili in sede di reclutamento del personale; 4)  la possibilità, appunto, di sfruttare le “conoscenze” o raccomandazioni.  Insomma un sistema nel quale  si tessono trame spesso nemmeno troppo velate tese a rafforzare il potere di qualcuno.

<